Cammino la Terra di Marca. Il mare d’autunno e le sue “cose”

«Uomo libero, tu amerai sempre il mare! Il mare è il tuo specchio: contempli la tua anima nello svolgersi infinito della sua onda. E il tuo spirito non è un abisso meno amaro». Lo scriveva un secolo e mezzo fa Charles Baudelaire. Rileggo i versi mentre m’accingo ad un cammino in riva al mare. Giornata autunnale eppure estivissima. Il 100 grammi indossato per scrupolo sembra pesarne più di mille. Ho scelto il tratto da Marina di Altidona a Marina Palmense. È mattina. Adriatico in subbuglio. Vento forte. Rumorosi i sassi sotto agli scarponi: uno scricchiolio continuo. Lascio gli chalet attrezzati e vado dove in molti direbbero: il nulla.

Un anziano guida due barboncini bianchi. Saluta. Mi sorprende: non accade quasi più. Tra le Giornate Internazionali, una ce ne vorrebbe, del saluto e del sorriso. Per dire: amicizia! La barchetta Larianella è a secco e capovolta. Larianella: chi era costei? madre, moglie, amante? Guardo lo specchio d’acqua davanti a me. I massi hanno favorito un fiumiciattolo tra scogli e spiaggia. Manca solo un airone in planata.

Non so perché mi torna “La ballata del vecchio marinaio”. «Al di là di quell’ombra, io vedevo i serpi di mare: si muovevano a gruppi di un lucente candore, e quando si alzavano a fior d’acqua, la magica luce si rifrangeva in candidi fiocchi spioventi». Nelle parole di Coleridge, le leggende dei vecchi naviganti. Vicino all’imbarcazione in disarmo, un tronco risucchiato dalla terra sembra dialogare con la Larianella. Forse di notte, alla luna… È una pianta estirpata dal contesto. Un artista, per l’eremo di Camaldoli, ha forgiato un portone con sette alberi simbolo virtuosi della vita solitaria: il cedro è sincero, l’acacia rimanda alla correzione, il mirto è sobrio, l’olivo è pace, l’abete è saggezza, l’olmo è pazienza, il bosso è umiltà. Amavo chiamarlo moscone, quello lì, è diventato un pattino dal celeste ormai pallido. E inutile.

L’onda sbatte più forte sul masso rilasciando spruzzi graditi nel caldo. A due passi, la ferrovia e il piede di pietre a protezione. Tra esse spunta un fico selvatico. Come la ginestra leopardiana tra la lava. Sopra ai binari e all’autostrada, la flora mediterranea ancora resiste testimone di un mondo che fu.

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I raggi del sole hanno reso argento scintillante il triangolo d’acqua alle mie spalle. Sembra una via. «È ritrovata. – scriveva Arthur Rimbaud – Che cosa? L’Eternità. È il mare andato col sole». Respiro iodio. Mamme sagge portavano i bambini a respirarlo. Potrei sedermi su un masso piatto che sembra tavolo dal color acqua… marina. Mi avvicino all’abitato. Un calco di tubo metallico s’è impresso nella pietra. Sarà un fossile moderno tra mille anni da qui? Torno sui miei passi. E dico fra me: questo luogo è da raccontare, da cogliere nella sua essenza. E canticchio una strofa di Loredana Berté scritta da Enrico Ruggeri: «Il mare d’inverno è un concetto che il pensiero non considera: è poco moderno, è qualcosa che nessuno mai desidera. Alberghi chiusi. Manifesti già sbiaditi di pubblicità. Macchine tracciano solchi su strade. Dove la pioggia d’estate non cade. E io che non riesco nemmeno a parlare con me». Io ci sto provando. E anche con voi.

di Adolfo Leoni, Domenica, 10 novembre 2019

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