Minori… per modo di dire. Le imprese di Roberto, con tenda e macchina fotografica

Prima di raccontare lui racconto la sua mostra. La sua e di altri 19 fotografi, per passione alcuni, per professione altri. Tutti giovani, « e tutti bravi – dice Roberto Papetti – e tutti da sostenere». La mostra s’intitola Crisalidi Scarlatte, sarà inaugurata il 23 novembre nel Palazzetto comunale di Torre di Palme, per chiudersi il 15 di dicembre. A tema è la violenza sulle donne. «Il nostro intento – spiega Roberto – non è quello di ritrarre la violenza ma quello di celebrare la donna nelle sue mille qualità e sfumature». Una collettanea, un omaggio collettivo. Un gesto d’amore. Il ricavato andrà all’associazione On Rhe Road onlus..

Ed ora arrivo a lui. Roberto, 40 anni, occhi azzurri e mani forti, nato cresciuto e residente a Torre di Palme. Ma sempre in giro per il mondo. Perché, dopo gli studi di ragioneria e numerosi mestieri manuali, cinque anni fa Papetti ha scelto di rendere professione la sua passione. Quale? La fotografia, specie quella legata al reportage naturalistico. Così ha iniziato a viaggiare. Meglio: a camminare. Perché il nostro si arma di tenda, di borraccia, di giacca a vento, di sacco a pelo e, ovviamente, di macchina fotografica, e va. Esplora, vive, si immerge nei climi e negli ambienti più diversi e scatta scatta scatta. Ma prima di farlo si lascia penetrare da quella natura che ama e vuole raccontare.

La foto è un suo pallino. Aveva 12 anni quando sottrasse la macchina di sua madre Gabriella e iniziò ad immortalare nidi di uccelli, gatti, cani e quanti di animali gli si parassero dinanzi a casa e lungo le sponde dei fiumi dove – altro grande amore – andava a pescare, da solo. Sì, da solo, perché Roberto preferisce compiere il suo lavoro in solitaria anche se poi non può fare a meno di chi gli cura la logistica. Come è accaduto per il progetto Gea-Madre terra, che ha preparato accuratamente per un anno, con Marco Acquaroli e Carlo Serafini che hanno pensato ai problemi più quotidiani. Gea è la descrizione del rapporto tra ambiente e uomo. Nel 2014, Roberto è volato in Islanda. È vissuto lì per qualche tempo, dormendo quando si poteva in tenda, e fotografando quella che lui definisce «l’essenza primordiale dei luoghi e dei suoi abitanti». Nel 2015, Islanda è divenuta una mostra. Ora, altro materiale è pronto. Nel 2018, infatti, Roberto ha camminato le Isole Svalbard portando a casa immagini di orsi, cani da slitta e volpi artiche. Intanto, da quattro anni, segue il progetto Segni, a cui vorrebbe dare come sottotitolo In Viaggio sui Sentieri del Tempo.

In questi 48 mesi ha camminato e fotografato gli Appennini tosco-emiliani, umbro-marchigiani, abruzzo-molisani. L’intento è quello di aggiungere le montagne liguri e quelle meridionali, toccando poi anche la Sicilia. Perché? «Perché gli Appennini sono poco raccontati.

Si insiste molto sulle Alpi, pochissimo sulle nostre cime». Gli chiedo cosa lo spinga e cosa lo ha impressionato positivamente. Per lui, la natura è la possibilità di un confronto e di un lavoro su se stessi. Poi, « nel bosco vicino a Camaldoli, i cinghiali che grufolano accanto alla tenda, i tre lupi che ho visto appena messa fuori la testa, il grande picchio nero appollaiato su un ramo, sono emozioni indescrivibili». Roberto ha vissuto quei momenti, introitandoli, e senza scattar foto… In Abruzzo, ha potuto studiare la salamandrina dagli occhiali e quella pezzata, e, addirittura, la lontra selvatica.

Gli chiedo come si sostenga economicamente. Qualche sponsor, mi dice, e la vendita di foto e reportage alle riviste. E poi, le mostre, tra le quali, forse la più suggestiva nell’abruzzese Rocca di Calascio, dove fu ambientato il film Ladyhawke.

In bocca al lupo (figurato, s’intende), Roberto!

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Sabato, 16 novembre 2019

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