Artigiani Veri. L’oro di Pizzi

A Fermo, via Garibaldi, dal nome del celebre capo delle camicie rosse e mangiapreti dichiarato, si trova a metà strada tra il santuario della Madonna del Pianto e il grande tempio di San Francesco. Il piccolo locale che vi insiste, vicino alla torre medievale, mi ha sempre attratto. E lì davanti sosto e sbircio ogni qualvolta gironzolo per vicoli.

È la bottega di Alberto Pizzi. Più che bottega meglio sarebbe scrivere laboratorio. Lui è artigiano orafo, uno degli ultimi che operavano a Fermo. Lo trovo in camice bianco, come un primario d’ospedale. Ma non cura persone. Cura l’oro. Quando gli propongo una chiacchierata per un articolo, ci pensa su, poi accetta. Credo che lo faccia anche per potersi alzare un momento dallo sgabello dove passa ore e ore e ancora ore. Chino sul banchetto, che è stretto, lavora con piccoli strumenti di precisione. Uno su tutti è la pinza. «Senza di questa sarei un uomo finito, è come la penna per l’impiegato». Anche il seghetto è strumento essenziale, anche il bulino. Alla fine, sono tutti essenziali. Ma soprattutto, le mani, e soprattutto il polso.

Alberto Pizzi al lavoro

Pizzi si diploma nel 1980 maestro orafo all’Istituto d’Arte di Fermo. Voleva diventare perito elettronico all’ITI-Montani, poi ha deciso di cambiare per una incompatibilità con la lingua inglese. Terminata la scuola, è andato «a bottega». Sei anni come apprendista da Renzo Bracalente cui deve molto e la cui foto si trova in una cornice posta su una mensola. Quindi la scelta di mettersi in proprio: la ricerca di un locale, l’individuazione di una stanza in via Garibaldi e l’avvio del suo mestiere in autonomia. Il locale è diviso in due: il primo spazio che sembra un negozio, il secondo, separato dal primo da una mezza parete, adibito a laboratorio.

Cosa fa Alberto? Fonde l’oro che, una volta fuso e raccolto in una vaschetta, può diventare «lamina o filo». Ci sono due minuscoli macchinari di cui s’avvale: «due laminatoi». Quindi, procede con l’assemblamento. Poi rifinisce, lucida, lava. Ed ecco uscito il pezzo unico.

Poco prima che entrassi, Pizzi stava lavorando ad una fede vecchia, la ritoccava e la puliva.

Dopo la fede, deve realizzare un braccialetto. Glielo ha commissionato una signora. Eh sì, perché lui lavora su commissione. Il settore oro, mi spiega, non passa un momento felice. L’oro ha raggiunto quotazioni alte: quello puro sta a 45 euro al grammo, arrivando in gioielleria a 60 euro.

Questo ha determinato il boom della bigiotteria e di altri succedanei. Ma lui si difende.

Il nostro orafo ama le pietre. D’altronde le usa per incastonarle nei gioielli. Smeraldi, rubini, acque marine sono la sua passione. «Lo smeraldo deve essere trattato con molta cura, così come l’acqua marina e l’opale: sono molto fragili». Discorso diverso per i diamanti: pietre dure. Noto accanto al banchetto pile di cd. Alberto ama la disco anni ’70. «Donna Summer e pietre preziose mi fanno illuminare gli occhi» dice.

Passando tante ore in bottega, si è fatto una scorta di merendine. Gli amici ce lo sanno e a volte gli saccheggiano la dispensa. Alle pareti insistono tante foto dei Sibillini. Sono la sua salvezza e il suo ossigeno. «Chino per ore sull’oro ho bisogno, la domenica, di alzare lo sguardo. Dal Vettore è meglio». L’ultima camminata è stata sul Sentiero dei Mietitori. Un colpo al cuore quando ha visto Santa Maria in Pantano distrutta.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Giovedì, 21 novembre 2019

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