Artigiani Veri. Lo spirito e i restauri di Mordente

Lui parla lentamente. Come se il tempo desse tregua. Come il bulino o il martello o la pialla che passa delicatamente e coscienziosamente. L’artigiano era – è – così. Non ha rincorse, non deve aver fretta.

Fermo, Corso Cavour, 82. Una bottega d’altri tempi. Con il profumo del legno e i mobili ammonticchiati lungo le pareti lunghe. Corrado Mordente ha 63 anni. Lo incontro di mattina molto presto. Indossa un grembiule blu. Sul bancone, di quelli vecchi da falegname, c’è incorniciata la sua foto da giovane. Gliel’ha scattata Mario Dondero. Un’immagine non da poco, specie per il contenuto culturale che emana.

Corrado Mordente

Quando entro, Corrado sta lisciando il piano di un comodino. Sul banchetto sono riverse le maniglie di un palazzo, da pulire, sistemare, riposizionare. In questo periodo è alle prese con il restauro di una villa inizi Novecento, di Porto San Giorgio. Lavora meno, Corrado. Una malattia gli ha creato problemi. Ma i suoi attrezzi non può lasciarli abbandonati. E non li abbandona, per quel che può. Anzi, spera di riprendere alla grande.

Corrado ha studiato all’Istituto Superiore per l’Industria e Artigianato di Firenze, che è una scuola di Designer. Prima, il diploma al Liceo artistico di Porto San Giorgio. Tornato a casa (è nato a Carassai, ma è vissuto sempre a Fermo, da qualche anno risiede con la famiglia a Porto Sant’Epidio) ha preso a collaborare con Margherita Biruschi, specializzata in dipinti ad olio su supporto ligneo e tessile, laureata all’Opificio di Pietre dure di Firenze. «Bellissima esperienza. – racconta oggi – Abbiamo restaurato pale d’altare e quadri di gran livello». Le commesse negli anni fine Settanta-Ottanta erano numerose e di soddisfazione. Poi è venuta l’inchiesta di Mani Pulite. E quel mondo si è bloccato. I finanziamenti congelati. I restauratori hanno sofferto. Corrado deve vivere. Così si avvicina meglio al legno, e non solo. Studia le tecniche e inizia un’altra collaborazione con due fratelli fermani esperti di pietre e lapidei. Impara altre cose. Con loro restaura diverse facciate di palazzi nobiliari. Il maggior appagamento gli viene dal Museo di Monte San Martino dove gli interventi hanno riguardato le pitture, i paramenti, i portali.

Non dimentica però di citarmi altre opere importanti: il recupero del grande lampadario del Teatro dell’Aquila di Fermo, le statue lungo la scalinata di Palazzo Bonaccorsi a Macerata, la messa in sicurezza della balaustra in travertino di corso Garibaldi, sempre a Macerata.

La sua definizione odierna è quella di restauratore e falegname. «Bisogna ingegnarsi, per sopravvivere. Abbracciare quanto è possibile», spiega, mentre indica i suoi strumenti: la troncatrice, la combinata, i martelli, le pialle, le raspe, la colla, gli elettro-utensili. Ci sono sedie, comodini, specchiere, cornici da riparare, corrimani da costruire, un quadro da restaurare, così come una bilancia e un macinino da caffè.

«Quel che non faccio è il restauro della carta – ammicca sorridendo – il resto tutto». Aggiunge: «L’artigianato non vive un buon momento. La conformazione degli appartamenti limita l’uso di mobili antichi, i soldi mancano, e i giovani apprendisti ancor prima di imparare chiedono: quanto sarà la paga?»

Corrado comunque non molla e mi lascia con una frase che fa pensare: «Un bella opera non la si vorrebbe mai terminare, perché la si potrebbe migliorare sempre». L’artigiano vero!

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Giovedì 28 novembre 2019

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