Artigiani Veri. I legni di Lino

Quando arrivo, è chino sul bancone e sta armeggiando intorno allo sportello di una stupenda angoliera di legno antico: misura la scanalatura del vetro; verifica le cerniere; fa scorrere i due cassettini (uno più grande l’altro più piccolo) che finiscono con un angolo triangolare e che, per funzionare al meglio, hanno bisogno di una binario guida al centro. Terminata la parte costruttiva, che riprende lo schizzo fatto in proprio, si procederà al colore e al decoro. L’impegno è certosino, massima l’attenzione al particolare. Lino Mignani ha 78 anni ed è stato falegname di valore. Falegname ancora lo è. Non lavora più perché in pensione, ma certe opere di fino le realizza per casa sua o per quella dei suoi figli: Andrea e Sonia, entrambi diplomati all’Istituto d’Arte di Fermo.

L’artigiano Lino Mignani

Il laboratorio si trova in contrada Salvano di Fermo, lungo la strada che porta al rifornimento di metano. A segnalarmi Lino sono stati alcuni contradaioli di Torre di Palme. Lui è uno di loro sin dagli inizi. Falegname invece Mignani lo è dall’età di 12 anni, quando, terminate le scuole elementari, i suoi genitori lo mandarono a bottega. La famiglia viveva in campagna e per raggiungere il mastro-falegname occorreva coprire alcuni chilometri a piedi. Il primo giorno di bottega, ricorda Lino, era il primo gennaio. Fuori c’era mezzo metro di neve. Ma non si poteva far attendere il sig. Maggiorana che lo avrebbe accolto come apprendista. Lino partì con il pranzo sotto il braccio, che sarebbe stato consumato sopra il bancone pieno di ricci. Prima operazione: raddrizzare i chiodi storti, con conseguenti escoriazioni alle dita; seconda operazione: riacuminare sulla morsa i chiodi spuntati. La gavetta insomma, mese dopo mese. «Cinque anni in quella bottega, – racconta oggi – mai un soldo percepito, ma tanta gratitudine per quel severo insegnante che m’ha trasmesso il mestiere». Nel 1956, Lino, a 15 anni, si sposta a Porto San Giorgio, per entrare in una importante falegnameria con 15 addetti. «Bella realtà!». È lì che impara, per sette anni, a costruire mobili di arredamento. Il 1963 è l’anno di svolta. Lino si mette in proprio, apre bottega a Salvano. Una mano gliela dà suo padre Gino che era stato contadino e marinaio ma sempre amante del legno. Inizia la produzione di infissi: porte, finestre, credenze da cucina soprattutto. Sono gli anni del boom economico. Vanno forte le cucine americane. Lino le costruisce. La sua falegnameria va avanti per 37 anni. Quindi, la trasformazione. Entrano i figli e il genero. La bottega, già sviluppata, diventa un’azienda sempre più importante. Nasce la MIAM, acronimo di Mignani e Ambrosi. La capacità del vecchio falegname s’innova. Mentre ripassa la sua vita, Lino indica le nuove macchine: quella grande che opera dalla squadratura alla sagomatura dei pezzi, la calibratrice, bordatrice, carteggiatrice, pressa, sega a nastro, pialle a filo e a spessore.

Un particolare dell’esposizione MiAm. In alto le foto degli artigiani

Dal laboratorio passiamo al negozio. Tutto quello che viene prodotto in proprio è eposto qui. Mi colpisce una cucina a scomparsa, un armadio da camera che cela un bagno, una capace libreria, una porta che s’accende, addirittura un camino. Opere uniche, con rifiniture artigianali di pregio.

L’amore per il legno è tangibile. Prima di lasciarmi, Lino mi dice di suo figlio Andrea che, dopo una settimana di lavoro, torna in bottega il sabato e la domenica per costruire chitarre. Per pura passione. Si percepisce!

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Giovedì 5 dicembre 2019

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