Il Faraone di Enerina da Fermo

Primo dato: la simpatia; secondo: l’arguzia. Il terzo è geografico: l’Egitto. E anche storico. Perché Enerina Iacopini è ammaliata dalla terra delle piramidi. Non c’è mai stata. Ma l’idea che s’è fatta di quei luoghi e delle sue antiche genti l’ha accompagnata per una vita intera. Sino a scriverne un libro, edito di recente, Un batter di Ciglia – Una storia del Faraone perduto.

L’ha presentato settimane fa nella sala delle assemblee della Carifermo, in occasione dei 130 anni della Società Dante Alighieri. A spingerla perché si cimentasse con il romanzo storico, dipanantesi in una tragica storia d’amore, è stata la prof.ssa Guglielmina Rogante, amica e collega.

Incontro la signora Enerina nella sua casa di via Jacobello del Fiore, a Fermo.

La prof.ssa Enerina Iacopini

Ci accomodiamo in un soggiorno pieno di luce… e di libri sulla storia egizia. Ne ha letti quasi trecento. «È stato il mio giardino segreto» spiega, il luogo fantastico dove rifugiarsi. Un luogo che proteggeva e lanciava in un oltre. Sognatrice staccata dal mondo, Enerina? Proprio non sembra. Sposata con il sig. Gianfilippo Calcinaro, due figli: Alessandro ed Enrico, ha girato l’Italia per il lavoro del marito, poi il ritorno a Fermo e l’insegnamento di inglese all’ITI Montani. Ora in pensione. Lei è laureata in lingue. Mentre mi e si racconta, sorride, fa battute ironiche, non resta indietro: è informatissima. «I ragazzi di oggi? Non leggono più. È la morte della nostra lingua». Non ci voleva l’OCSE per ricordarcelo e farci vergognare.

Ma come mai l’Egitto e quegli avvenimenti di 1300 anni prima di Cristo? Spiegazione non c’è. «Il libro – la storia – m’è cresciuto dentro anno dopo anno. Avevo tredici anni quando lo scrissi, non nella forma attuale, ma nello schema principale, nell’impianto». Un quadernone alla volta, piano piano, fino a riempirne cinque, e fino a… bruciare tutto nel periodo dell’università. Resto basito. Come bruciare tutto? «Sì, un giorno presi i cinque blocchi e li buttai nel caminetto. Arsero subito insieme ad un pacco di lettere del fidanzato». Sparirono gli appunti, ma non la storia. Che è riapparsa, prepotente, negli anni ’80. Un anno per ributtare giù l’impianto. Poi, nel ’95 la riscrittura. Ed oggi la pubblicazione. «Volevo lasciare qualcosa ai miei nipoti Alice e Matteo, qualcosa che non fossero solo polpette». Enerina è brava anche ai fornelli, ma non ama troppo la cucina.

Torno… in Egitto. A quattro anni, non sa perché e non sa come, giocando con le compagnette, Enerina si vestiva da Aida, cingendosi con la copertina della culla. «Con mia nonna Maria avevo visto un film dove Sofia Loren interpretava la regina d’Egitto. Mi aveva colpito». Da quel tempo, l’interesse è cresciuto a dismisura, tanto da farle studiare in proprio i geroglifici. Mi presenta un quaderno pieno di quei segni e di traduzioni. «Per conoscere un popolo e la sua mentalità – dice – occorre conoscere la sua lingua».

Parliamo delle sue letture. «Da Paperino a Manzoni. Insomma: tutto». In questi anni è tornata alla scrivania per un nuovo racconto storico che si svolge 2500 anni dopo degli Egizi. Siamo alla quinta e sesta crociata. C’è Federico II. Deus non vult, è il titolo provvisorio. Storia di un crociato. Quella spinta impellente di prendere la penna le è riesplosa dopo una cena della sua Contrada: San Bartolomeo. «Furono proposti brani musicali medievali. Li riascoltai in una notte silenziosa. Mi fecero entrare in una atmosfera particolare». Quella giusta per raccontare.

Prima di congedarmi, mi fa vedere un libricino, Soldato per forza. La storia di suo padre Italo nel secondo conflitto mondiale.

Le chiedo a bruciapelo perché non vada in Egitto. Risposta: «Ho paura di una delusione».

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 7 dicembre 2019

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