Cammino la Terra di Marca. Sulle tracce di un’altra vita. Il monastero di Santa Vittoria in Matenano

Seconda puntata del nostro cammino attraverso conventi e monasteri. Dopo le Cappuccine di Fermo, le Benedettine di Santa Vittoria in Matenano. L’edificio è enorme. Sta lungo via Roma, per la strada che porta al Cappellone dei Farfensi. Il monastero dedicato a santa Caterina è lì da otto secoli secondo la scritta in latino medievale. Presenza salda e sicura. In quei tempi di ferro e di fuoco, una vedova di Montelparo iniziò una vita nuova lasciando i suoi beni ai monaci. Qualche storico retrocede di due secoli la presenza femminile. Ma che siano mille gli anni oppure ottocento, la comunità è ancora ben salda. Oggi le monache sono 13, tre le nigeriane. Madre badessa è suor Ida, piccola e vivacissima. Arrivò da bambina per imparare a cucire. Ai suoi famigliari aveva detto: mai sarò monaca. Lo diventò avendo sperimentato «una vita più lieta».

L’età media si aggira sui 50 anni. La più anziana ne ha 94, la più giovane 43. Indossano l’abito nero del ceppo antico dei benedettini; i momenti di preghiera sono sette, poi c’è il lavoro, le riunioni in Capitolo per decisioni importanti, ascolto delle letture durante i pasti, commento di articoli di giornale e interventi del papa. Sveglia alle cinque, si va a letto alle 21. Ora, lege et labora.

Il pranzo in monastero con l’International Student Competition

Entrare in monastero è penetrare un altro mondo. Ordine, pulizia, silenzio, organizzazione. È la stoffa di queste “sorelle” che non si sono scelte, ma si trovano insieme attirate da Altro. «Le divergenze non mancano» spiega la badessa. E allora che si fa? «Ci si perdona, con un segno di riconciliazione che non sono solo parole ma gesti: una vicinanza, un aiuto nel lavoro che l’altra sta facendo… E poi c’è lo Spirito Santo».

La chiesa è impraticabile. Il terremoto l’ha colpita anche se in maniera non gravissima. Così la cappella per messa e preghiere è stata allestita al piano terra. Lo stesso che dà sull’orto, una meraviglia: ampio, rettangolare, ricco di verdure, frutta, conigli e galline. Per ortaggi e carne bianca si è autosufficienti. Al piano superiore, un salone spalanca le finestre sui monti Sibillini, che par di toccarli. Più in là si aprono il refettorio e la piccola cucina. È l’area della foresteria, dove si accolgono gruppi parrocchiali, campi-scuola, sacerdoti di passaggio e laici alla ricerca di una esperienza di fede. 25 i posti letto a disposizione.

Le severe stanze delle monache sono ai piani superiori dove insiste anche la mensa e la cucina. Un tempo il monastero ospitava un collegio femminile che arrivò a contenere sino a 76 ragazze. Scuola in paese e vita in monastero, con le monache ad aiutare per i compiti.

Il sostentamento arriva da pensioni sociali e lavoro: confezionano tende, tovaglie, biancheria, fanno ospitalità e producono marmellate e biscotti. Esiste un librone con le ricette antiche. Un tempo imbalsamavano gli uccelli. E sempre un tempo, quando possedevano alcuni terreni che poi hanno venduto per aggiustare il monastero, producevano vino cotto vegliando la notte intera mentre i grandi caldai bollivano.

Fuori dal mondo? Macché. Hanno un continuo dialogo con le persone più diverse che chiedono preghiere e soprattutto ascolto. Se il tempo per noi fugge, per loro si estende.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica 8 dicembre 2019

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