Cammino la Terra di Marca. A Falerone, la Madonna del Buon Consiglio: un libro una Presenza

Mattinata freddissima con qualche raggio di sole. Cielo di un azzurro terso. Parto per Falerone. Alla periferia di Fermo, all’altezza del piccolo casello ferroviario dismesso, mi colpisce un albero fitto di cachi: i frutti delle Sette Virtù. Il colore rimanda ai nostri agrumi che, scriveva Jonah Lynch, «Riempiono i giorni più grigi e freddi dell’anno con colori squillanti e gusti deliziosi».

Salendo per Falerone, mi fermo a guardare la minuscola chiesina di San Liberato. È come se, dal colle omonimo, proteggesse la nostra terra da lontano. Parcheggio l’auto sotto le antiche mura. Prendo per una strada in forte salita. Arrivo al convento delle Clarisse. È chiuso da qualche anno. Erano rimaste tre monachelle: due molto anziane. Di vocazione non ce n’è. Così, dopo quattro secoli, il portone di un edificio molto grande, è stato alla fine sprangato. Non c’erano riusciti i francesi di Bonaparte, non c’era riuscito il nuovo stato italico, c’è riuscita la secolarizzazione e la conseguente scristianizzazione. Dietro a queste mura avvenne un miracolo ad opera della Vergine Maria. Lo racconta Marco Armellini, storico, appassionato di ricerche e tradizioni locali. Il recentissimo libro, edito da Andrea Livi e che sarà presentato proprio questo pomeriggio a Falerone, racconta la storia, il culto e l’iconografia legati alla Madonna del Buon Consiglio, dal suo arrivo da Scutari in Albania a Genazzano, al diffondersi del culto prima in Lazio e poi in tutta Italia, sino al fatto clamoroso di Falerone, alle processioni in suo onore e agli ex voto per grazie ricevute.

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Armellini ha letto decine e decine di documenti, scartabellato archivi, viaggiato sino a Genazzano, interpellato studiosi laici e presbiteri. Un gran lavoro, di pazienza e passione.

Mentre mi aggiro tra i vicoli confinanti con il convento, una troupe di Rai 3 sta facendo riprese e interviste.

Se l’autore del libro non avesse raccontato di quel fatto miracoloso, guarderei quelle mura con un misto di delusione e dispiacere. Ora che so, invece, la prospettiva cambia. Tocco i mattoni che forse vibrano ancora di qualcosa di straordinario. Era il 21 febbraio del 1761 quando la monaca suor Maria Arcangela Palmieri accusò fortissimi dolori all’addome, febbre alta e vomito di sangue. Tumore devastante, decretarono i due medici al suo capezzale. Il calvario durò 46 giorni. Il 7 aprile l’evento. Il confessore pose accanto alla moribonda l’immagine della Madonna del Buon Consiglio, «esortandola – scrive Armellini – a raccomandarsi a Lei di cuore, affinché volesse restituirle la sanità del corpo qualora però fosse espediente per la gloria di Dio…».

Il miracolo avvenne. La monaca fu guarita e il giorno successivo poteva già riprendere le sue funzioni in refettorio. Suonarono le campane, si fecero fuochi d’artificio e processioni. E si collocò l’immagine nella chiesa del monastero, dedicata a san Giovanni.

Oggi, quel piccolo quadro dove Gesù con la mano destra accarezza il collo di sua madre, è stato trasferito, causa terremoto, in un deposito di Campiglione di Fermo. A Falerone la rivorrebbero. E, forse, tornerebbero anche le suore. Intanto, in centro, i muratori ricostruiscono. Accadde anche a Genazzano…

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 15 dicembre 2019

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