In una Fermo smagliante, le sorprese che ammaliano

Tolta la Torretta dei venti, che sembrava una scena tratta dall’inquietante film Eyes Wide Shut, il resto di Fermo è apparso stupendo in questo Natale di quasi primavera. Azzeccata l’illuminazione del Duomo che si staglia verso il cielo «mandando a ruotare insieme – scrisse Ermete Grifoni – i santi e i guerrieri, le beatitudini celesti e le vicende umane…»; originale quella dell’abside di San Francesco che incardina, murata, l’antica porta da mare; pittoresca quella di piazza del Popolo già piazza Grande e sede di proposte nuovissime ed antiche. Ricca la città lo è stata di iniziative programmate da tempo. Ma anche di quelle casuali, non inserite in alcun cartellone, spontanee e di gente comune, che hanno impreziosito Fermo.

Un attimo prima del canto

Il 31 dicembre, per dire addio all’anno terminato e dare, pieno di speranza, il benvenuto al nuovo, trenta persone da Recanati hanno lasciato il colle dell’Infinito per salire sul colle del Girfalco.

Non visitatori qualunque, ma recettori, invece, di bellezza, e protagonisti del suo più ampio esprimersi. Li ho visti in azione nella chiesa cattedrale. Faceva scuro. All’interno del Duomo ci si affaccendava nei preparativi per il Te Deum con l’arcivescovo. Mons. Rocco Pennacchio da lì ad un’ora avrebbe intonato il canto di ringraziamento al Signore. Dietro all’altare si muovevano il neo rettore della Cattedrale don Michele Rogante e l’attento sacrista Alberto Andrenacci. A destra, in basso, la maestra del coro Maria Pauri dava le ultime disposizioni. In quel fermento sono entrati i concittadini del Leopardi, hanno raggiunto la scalinata dell’altare, hanno ammirato i resti della chiesa paleo-cristiana e la tenerissima icona dell’ancor più tenera Madonna che, secondo tradizione, fu dipinta addirittura da San Luca. Sarebbero stati fino a lì i movimenti e le attenzioni di un qualsivoglia turista. Invece, è accaduto dell’altro, un di più. I recanatesi si sono aperti a ventaglio sotto la scalinata intonando uno struggente quanto inaspettato canto alla Vergine: «Ave Maria, splendore del mattino. Puro è il tuo sguardo ed umile il tuo cuore. Protegga il nostro popolo in cammino. La tenerezza del tuo vero amore…». Un canto che s’è amalgamato con la figura della Vergine Assunta modellata da Gioacchino Varlè nel rilievo absidale. Gli altri turisti hanno fermato la visita; i fedeli arrivati a trovar posto anzitempo sono stati attratti dal prologo inaspettato al Te Deum. Terminato il canto, visitata la cripta, il gruppo ha preso per via del teatro romano. I Sibillini sfavillavano ancora dell’inteso bagliore del tramonto. Hanno proseguito superando quel che un tempo era stato il cinema Nuovo per riaprirsi nuovamente a ventaglio nello spiazzo in discesa dinanzi a quel che fu chiesa Cappuccina poi azienda di borse e metalmeccanica. Un attimo di silenzio per ammirare le montagne dove il lucore della neve contrastava con la notte incipiente. Poi, un altro canto, in gregoriano, il canto proprio della liturgia romana.

I passanti si sono fermati. Inattesa quell’esibizione. Gesti di bellezza. Sorprendenti. Di quella bellezza di cui è ricca la nostra terra, giacimento di ricchezza e, volendolo, di nuova energia.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica 5 gennaio 2020

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