Cammino la Terra di Marca. Nei giorni dei venti di guerra, sboccia una vita. Che dà speranza

Ho camminato ancora questa settimana. Non in montagna, o tra gli scogli dove mormora il mare, o nei borghi sommersi dal silenzio. Ho camminato in un ospedale. Non per malattia. Ma per una vita che nasce. Che è nata. Una vita che si chiama Giorgia, mia nipote. La quarta. La quarta femmina. Non è di cose personali che voglio parlarvi, però. Ma di quel miracolo che è la nascita. Il miracolo di due persone da cui scaturisce un’altra persona. Come se la creazione del mondo non dovesse finir mai. Allora, mi chiedo e vi chiedo: che senso ha la guerra, i bombardamenti, le stragi.

Giorgia nasce dopo l’assassinio del generale iraniano Soleimani da parte statunitense e nello stesso giorno del lancio di missili iraniani sulle basi americane in Irak. Dopo la cronaca, il commentatore televisivo s’è domandato come stessero reagendo… i mercati finanziari. I mercati finanziari! Capito? Ed io, che guardavo Giorgia, rosea in volto, piena di capelli, in braccio a mamma Silvia, ho pensato non alle transazioni, non agli spostamenti di azioni, non ai giochi al ribasso e al rialzo, non al petrolio e al prezzo dei barili. Ho pensato ai bambini sotto le bombe. Terrorizzati, stremati, devastati. A quelli irakeni, a quelli siriani, a quelli israeliani. Ai nostri e ai loro. Dove non può esserci distinzione. Un bimbo è un bimbo, a qualsiasi latitudine egli viva. La frase più bella del Presidente Sergio Mattarella nel discorso di fine anno gliel’ha suggerita l’astronauta italiano Luca Parmitano quando ha detto che da lassù, dalla lontana navicella spaziale, avverte quanto appaiano incomprensibili e dissennate le inimicizie, le contrapposizioni e le violenze in un pianeta sempre più piccolo.

Dando la notizia della nascita di Giorgia, ho scritto su fb «che, proprio in questi tempi di venti di guerra sempre più forti, la nascita di un bimbo è l’unico segno di speranza». Quella speranza nel futuro venuta meno in questi anni. Umberto Galimberti, prendendo da due psichiatri, Miguel Benasayag e Gèrard Schmit, ha detto che dal futuro-promessa siamo passati – i giovani soprattutto – al futuro-minaccia. Alla paura. Non più speranza, dunque. Invece, no! Perché camminando il lungo corridoio di Ostetricia del Murri di Fermo, sento gli strilli di Gaia, Azzurra, Lorenzo…, vedo le pance delle donne che li partoriranno tra poco, vedo i genitori dagli occhi pieni di lacrime, vedo i nonni più teneri con nipoti di quanto non siano stati con i loro figli. E mi dico: la speranza non muore..

C’è l’albero di Natale in fondo al reparto e le palle colorate pendono dal soffitto. Medici e infermieri sono gioviali. Trasmettono allegria. Qui la vita erompe! Qui si assiste quotidianamente al portento dell’esistenza. Giorgia e i suoi compagni di nascita sono nel segno del Capricorno. Segno di attaccamento alla terra e di concretezza. Credo nell’oroscopo? Credo nell’abbraccio dell’infinitamente piccolo all’infinitamente grande. Credo al disegno universale che ci lega.

E credo anche che non si può mollare. Che non si può dire: è finita. Che non si può delegare ad altri.

E, allora, torna l’invito di T.S. Elliot: «In luoghi abbandonati, noi costruiremo con mattoni nuovi…». Ognuno al suo lavoro!

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica 12 gennaio 2020

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