Minori… per modo di dire. La fantasia, irrefrenabile, di Loredana Zampacavallo

«Frou-frou, frou-frou. Par son jupon la femme… De l’homme trouble l’âme. Frou-frou, frou-frou. Certainement la femme. Séduit surtout. Par son gentil frou-frou…». Quando entro nel locale sottostante il Palazzo dei Priori di Fermo Loredana Zampacavallo sta cantando un passo de La Duchessa del Bal Tabarin, dove Frou Frou, con abiti ammiccanti, crea tumulto nell’anima (e non solo) dei maschi presenti. Loredana, dagli occhi che sprizzano scintille, non è cantante di professione. Pur avendone la voce e avendo studiato musica, ha fatto altro nella vita. La trovo, dunque, che canta abbracciata ad un abito stupendo con altrettanto stupendo copricapo – d’altronde siamo all’interno dell’iniziativa Tanto di Cappello – da lei realizzati per una giovane soprano cui raccomandò, per una esibizione al Conservatorio di Fermo, sicurezza e portamento, dove l’abbigliamento avrebbe giovato di sicuro. Eh sì, la signora Loredana ci sa fare: è stata costumista alla Rai. Aggiungerei: creativa, fantasiosa, sognante, osante, innamorata. Per scrivere della sua storia occorrerebbe se non la Summa una mini enciclopedia.

La costumista Loredana Zampacavallo

Partiamo dalla RAI. Dunque, costumista itinerante nei Centri di produzione di Torino soprattutto, e quindi Roma, Milano e Napoli. Nata a Fermo, ha studiato all’Istituto d’Arte Preziotti e a 17 anni è partita, insieme alla sorella Maria Laura, alla volta di Roma per seguire i corsi dell’Accademia di Costume e di Moda. I genitori, pur non capendo la scelta, diedero la loro benedizione rispettosi dei desideri delle due ragazze.

Tre anni di studio, voti ottimi e grande attenzione da parte dei docenti con doveroso suggerimento sulle opportunità in casa RAI. A Torino Loredana si fa le ossa come aiuto costumista. Molti gli incontri con personaggi importanti degli ambiti più importanti: dagli sceneggiati alle opere. E mentre s’impegna nel lavoro continua gli studi frequentando l’Accademia di Scenografia. Non farà la scenografa ufficialmente, lo farà nella vita privata, come in occasione del suo matrimonio con Alberto, e nelle zone più svantaggiate di Torino, accanto ai ragazzi di quartiere. È lì, con loro, nei momenti morti dall’impegno televisivo, a costruire storie, a interpretarle, a viverle. Realtà e fantasia: un mix quotidiano.

Mentre mi narra la sua vita, oltre che di parole il suo dire s’arricchisce di canto, con il rossiniano Barbiere di Siviglia, e di qualche passo di danza. Un insieme espressivo, suggestivo e simpatico, come simpatica, ciclonica, irrefrenabile è lei.

Attraverso la lunga stanza del piano terra del nobile Palazzo, guardando a destra e sinistra, sono numerosi gli abiti e i cappelli che ha realizzato per questa mostra precedentemente allestita nel teatro di Casalborgone, alla periferia di Torino, dove vive. Oltre a Frou Frou, campeggiano abbigliamenti che richiamano la pucciniana Turandot, la Favorita di Donizzetti, i famosi Papaveri e papere di Nilla Pizzi… Sulla Vedova allegra Loredana si sofferma con una battuta al fulmicotone: «Non sempre le vedove piangono…». Già, ma quando parla del suo Bes (Alberto) gli occhi si inumidiscono. Mi racconta del suo matrimonio, ormai agli sgoccioli della vita di Bes, celebrato dinanzi ad una Madonna tenera in una cappellina dell’ospedale Cottolengo di Torino. «Ho chiesto alla morte che diventasse una bella signora per mio marito, che lo prendesse in braccio come Maria prendeva in braccio Gesù». È un attimo di tristezza. Poi torna «volontaria del sorriso» e dispensatrice di gioia. La più grande soddisfazione? «Quella signora orientale che, visto il mio video sull’antica fiaba giapponese: Le Sacre Statue della montagna, mi fece i complimenti».

E torna, pimpante, a prendersi in giro…

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 11 gennaio 2020

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