Le Idee degli Altri. Cultura e turismo per la Terra di Marca. La ricetta Catà

Chiedo al filosofo e poeta (e docente, attore, performer) Cesare Catà una lettura della Terra di Marca. Cercansi proposte. Cultura e turismo lo sono. Parto da una domanda: perché la Marca non figura tra le mete turistiche storiche più frequentate, come accade in altre zone d’Europa? Per Catà, le cause sono anche di ordine antropologico. Abbiamo un carattere «ritroso, timido, infido». Come dire: «Il Marchigiano, più che dire, fa. Non ama pubblicizzare l’atto, anche perché teme che, raccontandolo, troppi sappiano troppo». C’è dell’altro: «…la naturale modestia della gente marchigiana fa sì che bellezze paesaggistiche, architettoniche e artistiche straordinarie, che nulla hanno da invidiare ad altre zone italiane, e che altrove sarebbero sbandierate ai quattro venti, qui non vengano narrate. Come se non ne valesse la pena». Catà la definisce: la sindrome di Leopardi che «ha sempre sospettato tragicamente che ciò che si portava dentro non fosse all’altezza di essere condiviso».

Cesare Catà

Da qui, allora, la riscossa: raccontare la Terra di Marca, superando il deficit di storytelling. Il potenziale non manca. Gli esempi neppure. «Si pensi a quanto alcuni territori siano direttamente collegati, nel loro successo, con lo storytelling leggendario e letterario a cui sono associati: il Lago di Lochness, la Verona di Giulietta, Stonehenge, la Sligo di Yeats, lo stesso Cammino di Santiago…». La Terra di Marca ha il suo scrigno, «basti pensare alle storie legate alla Sibilla sulle nostre montagne, ma il discorso potrebbe allargarsi ai borghi storici di collina con le loro tradizioni, le loro strade e i loro teatri, nonché alle storie costiere e marinaresche delle tradizioni adriatiche». Indubitabili ricchezze. «Negli ultimi dieci anni – aggiunge Catà – lo storytelling è divenuto uno strumento principe per le aziende su vari livelli, sia sul piano della comunicazione, che sullo quello della pubblicità, che su quello gestionale. Chiaramente, anche la cosiddetta industria culturale e quella del turismo iniziano a utilizzare questa tecnica, in realtà antichissima, che è appunto l’arte del racconto». Lui l’ha constatato in Irlanda dove «vi sono veri e propri tour, che non sono visite guidate, bensì esperienze, insieme a un narratore, di luoghi scoperti tramite i racconti». È l’incontro con «il genius loci ovvero l’essenza spirituale di un posto, rivelata dalle storie e dalle leggende che lo hanno abitato». Esperienze che Catà propone con successo durante una passeggiata, in teatro, ma anche in locali e pub. Se è vero che diverse istituzioni si stanno muovendo su questo binario, ci sarebbe però bisogno di superare «un altro tic culturale». È un complesso di sudditanza che ci fa pensare «sempre ancillare il nostro ambiente, rispetto ai grandi centri di produzione televisiva nazionale». Conseguenza è la «logica del vip nel piccolo borgo per richiamare il pubblico come fa con i pesci la lampara; ma trattasi, in casi così, di eventi spot, dal valore transeunte e sovente vacuo, che non costruiscono quasi mai nulla sul territorio». È faticoso, conclude Catà, «valorizzare ciò che abbiamo senza piegarci alle logiche della sudditanza mediatica». Ma questa sarebbe la logica vincente sul piano turistico-culturale. E per dirla con con Hölderlin, «Was bleibet aber, stiften die Dichter», ciò che resta lo fondano i Poeti.

  
Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Mercoledì, 19 febbraio 2020



      
       

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