Minori… per modo di dire. Ascia e scarpette da calcio per Silvio Cappella. Indimenticato

C’è bisogno di esempi, urgenza di testimoni che ripropongano la bontà di valori come onestà, dirittura morale, spirito d’iniziativa, attenzione educativa nei confronti dei giovani. Un uomo tutto questo lo ha incarnato. Non con le parole, come s’usa oggi. Con la propria esistenza invece.

Silvio Cappella con i colori della Civitanovese calcio

«Minore»: perché un po’ dimenticato; «per modo di dire»: perché ancora giganteggia tra chi l’ha conosciuto. Si chiamava Silvio Cappella. Era nato a Civitanova Marche il 9 aprile del 1923. Suo padre Giovanni era maestro d’ascia: costruiva imbarcazioni; sua madre Assunta (Assuntina per i conoscenti) vendeva «lupini» e caramelle nei cinema. Famiglia che non fu risparmiata dai sacrifici. Orfano a dieci anni, Silvio cresce nel mestiere di costruttore di barche sotto la direzione di suo zio Mastrantonio, fratello di Giovanni. Amore per il legno, per il mare e per il calcio. Primi anni Quaranta: è tempo di guerra. La Civitanovese della Serie C lo accoglie a braccia aperte. Un giocatore dalla muscolatura prestante: un gladiatore in campo e, soprattutto, un trascinatore della squadra. Lo si vide bene in un epico scontro con il Cesena. I rossoblu marchigiani vanno sotto di tre goal. Poi, il contrattacco guidato da Silvio che anima e rianima i suoi, e i cinque goal che ribaltano la partita. Una grande festa. Durata poco perché la Patria chiama alle armi… Silvio viene arruolato in Marina, finisce nei MAS. Destinazione Grecia, isole del Dodecanneso. Dopo l’otto settembre, la fuga ignominosa del re d’Italia, l’abbandono dei soldati a se stessi, e il capovolgimento delle alleanze, Silvio è arrestato dai tedeschi a Lero e condotto prigioniero in un campo della Serbia, a Smederevo. Anche in quelle circostanze, tiene su il morale dei compagni. Per la prima volta provvidenziale è un bombardamento. Gli Alleati s’accaniscono su una raffineria vicina al lager. È caos. I prigionieri fuggono. Silvio è con loro. I primi rifugi sono nelle abitazioni private, nascosti da semplici cittadini. Poi la scelta: lottare per la libertà, opporsi alle angherie. Così il giovane Cappella entra a far parte del battaglione partigiano di italiani in Jugoslavia, il Matteotti. Diventa tenente. Poi cresce di grado: capitano. È intrepido anche come combattente. Il Ministero della Difesa gli attribuisce la croce al valor militare per una azione a Brezovac, Quota 189. Benché ferito, continua a battersi e a incitare il suo plotone. Nella motivazione si legge: «Nonostante perdesse sangue, egli esortava gli altri a non prendersi cura di lui, e li incitava a continuare nella controffensiva». Arriva un’altra medaglia. Nel 1947 viene congedato. Avrebbe potuto continuare la carriera militare e magari, visti i meriti, sistemarsi in un ufficio. Niente da fare. Silvio sceglie di tornare alla sua vecchia e amata professione, a Civitanova Marche, nonostante successivamente si sposi con Giuditta Agostini e risieda a Marina Palmense. Barche e campi da calcio tornano ad essere il suo mondo. Indossa di nuovo la maglia rossoblu. Passa quindi al Potenza Picena e poi all’Elpidiense che allenerà anche, e farà crescere. Il primo corso per l’abilitazione ad allenatore lo vedrà seduto tra i banchi ad ascoltare i mostri sacri del tempo: Ferrari e Piola. Con il nuovo patentino allenerà la Sangiorgese. Ascia e scarpette da calcio: i suoi strumenti. Nel 1976, crea il piccolo cantiere navale di Marina Palmense e lo affida a suo figlio Giancarlo. E sempre a Marina Palmense farà sorgere una giovanissima squadra di calcio. Ai ragazzi chiederà serietà, impegno e dedizione. Quei valori che lui ha sempre incarnato. A 67 anni lascerà questo mondo per giocare in altri e più alti stadi, e navigare tra le nuvole del Paradiso.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Sabato, 22 Febbraio 2020

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