Cammino la Terra di Marca. Una lama di luce sull’Adriatico, un itinerario a bordo mare e il terzo pilastro da riscoprire

Quando arrivo è mattina presto. Dopo il sotto passaggio di Marina Palmense, la strada è bloccata. Vado a piedi. Il mare ha una sciabolata di luce argentea verso sud. Quasi una lama lunga. Se la Terra di Marca è un impasto, è così che va raccontata: nel suo abbraccio che sale dalle spiagge sino ai monti.

Non so perché mi viene in mente la leggenda di Enea. La rifocalizzo seduto su uno dei tanti massi bianchi a difesa della costa erosa. Enea con suo padre Anchise sulle spalle e suo figlio Julo (Ascanio) per mano. La fuga da Troia incendiata dopo il diabolico stratagemma di Ulisse. Fa bene Dante a sprofondare all’Inferno il consigliere fraudolento. Si racconta che il rimasuglio di troiani sbarcò sulla nostra costa: forse tra l’attuale Marina Palmense e Porto San Giorgio… S’inoltrarono alla ricerca di terra fertile e acqua buona. Ma la Sibilla, raggiunta dai re Piceni che non volevano guerre, rese salato l’affluente del Tenna, il Salino. Acqua cattiva. Enea se ne andò.

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Mi alzo e sorrido pensando allo scorno di Virgilio. Riprendo il cammino. Oltre ai massi hanno dislocato sacchi bianchi a difesa del litorale. Affianco un vecchio marinaio. Mi dice: «Il porto sangiorgese ha bloccato la corrente del nord e quella del sud. La ghiaia non si spande più uniformemente». Cinque casottini eguali parlano di pesca. «Un tempo – è sempre l’anziano – si pescava con la sciabica montagne di pesce». Ora non più. Non solo per i divieti. Il mare sta cambiando. Arrivano pesci strani, mai visti prima. Continuo con il vento che colpisce il volto. Incrocio qualche signora con cane al guinzaglio. Il conto demografico delle persone precipita, quello canino s’impenna. Più cani meno bimbi… Saluto un pari età, credo. Nessuna risposta. Mi dico che in montagna sarebbe diverso. Poi mi correggo: ormai più nessuno saluta, neppure lungo i sentieri dei boschi. Sarà la civiltà dell’Unico? Ne parlava l’anarchico individualista Max Stirner. Qui siamo però nel campo dell’individualismo preoccupato a difendere solo se stesso. La mente schizza a Rubbiano di Montefortino, e a quella scritta sbiadita che indica l’antica comunanza agraria. Quasi un comunismo d’amore. Tutto in comune perché, forte, esisteva il vincolo di comunità.

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Ho portato con me un libro: Il Terzo Pilastro, dell’editore Bocconi. Lo ha scritto l’indiano Raghuram Rajan, pseudonimo di Katherine Dusak Miller, economista, residente negli USA. Sostiene che oggi tra Stato e mercato occorre che si riprenda con decisione la strada delle comunità e del localismo. Non chiusura, però, ma salda radice con cui aprirsi agli altri. Ci torna dall’India quello che era nostro. Occorre un indo-statunitense per riproporci valori nostrani. Basterebbe Adriano Olivetti e il suo concetto di comunità frutto di un mix, come scrive Paolo Bricco, tra messianismo ebraico, personalismo cristiano, rigore del positivismo e irrazionalismo degli oroscopi.

Passa un treno merci. Rumorosissimo. Sopra c’è Torre di Palme e la sua macchia arborea stupenda. Immagino un tempo una spiaggia ampia digradante dal colle.

Ferrovia, autostrada, strada nazionale hanno invece staccato il mare dalle colline. E isolato l’entroterra. Guadagno? La velocità. È vero, e per fare che?

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica, 23 febbraio 2020

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