Don Luigi Valentini, il sacerdote dei favelados brasiliani

Giovedì 5 marzo, ore 15,30. È il giorno del funerale di mons. Luigi Valentini. Nella chiesa di Santa Petronilla a Fermo, si celebra un rito privato. C’è l’arcivescovo mons. Rocco Pennacchio, ci sono alcuni sacerdoti, i familiari e pochi altri. Di più non si può al tempo del Corona virus. L’Associazione Condividere onlus, di cui don Luigi era presidente, ha pensato però allo streaming su fb. Sono migliaia le persone connesse. Arrivano messaggi: «Obrigado por tudo o que trouxe à minha vida», «Obrigado por tudo que você me ensinou», «…e agora descansa em paz no Paraíso». È portoghese: la lingua del Brasile, la terra dove don Luigi è stato missionario pieno di fede e di opere. Lo ringraziano per l’enorme lavoro svolto, per l’educazione impartita e gli augurano ora di riposare in pace, in Paradiso.

Don Luigi mentre raccolta la storia dei suoi asili

Strano questo pomeriggio, strana la celebrazione. Lui, sempre in mezzo alla gente, se ne va nella riservatezza imposta dalle norme eccezionali. Ma dove la fisicità è impedita, la memoria accomuna. La memoria di una grande persona che, ancora a 84 anni, si dava interamente ai suoi bambini, agli adolescenti, ai favelados. Un sacerdote e missionario che ha costruito asili, dopo-scuola, laboratori artigianali in Brasile e Argentina; che ha procurato una vita migliore a chi viveva nel fango, nell’immondizia, tra i topi; che ha reso possibile una prospettiva di lavoro a chi conosceva solo violenza. Migliaia di ragazzini sono passati nei suoi centri di Belo Horizonte, San Paolo, San Salvador de Bahia. Don Luigi aveva il senso della bellezza. Nel libro-intervista “Il mio bene sei tu”, rispondendo ad una domanda, disse: «Nelle nostre opere curiamo l’aspetto della bellezza, che non vuol dire lusso. Ci teniamo ad avere strutture ben attrezzate, accoglienti, ma senza fronzoli, pulite, dove i bambini si abituino a rispettare l’edificio e la gente che lo abita. Un ambiente così diventa di per sé già educativo». Un metodo che colpiva chi religioso non era. Le sue opere sono rispettate anche dai malavitosi che ne riconoscono l’importanza.

Don Luigi era malato di cuore, ma non è morto per questo. E pure, quando non stazionava nelle sue Cresce (scuole e laboratori), padre Gigio, così lo chiamavano, viaggiava continuamente alla ricerca di aiuti e sostegni. Ce ne volevano tanti. Per questo aveva costituito in Italia l’associazione Condividere onlus. Ma la sua fede e le opere hanno un’origine. Sua madre, per prima. Quindi, l’incontro con don Giussani. Lo ha ben individuato don Julián Carron, responsabile di CL: «La lunga storia di don Luigi Valentini dentro la grande compagnia del movimento, nelle Marche e in Brasile, è il segno della sua fedeltà a Dio e all’incontro con don Giussani che gli aveva rivoluzionato la vita». È stato don Valentini a fondare a Fermo, terza città dopo Milano e Rimini, nel 1965, quello che più tardi sarà il movimento di CL. Nel 1967 un viaggio in Brasile, l’incontro con i più poveri dei poveri, la scelta di farsi missionario, la morte di tre bambini bruciati in una baracca, l’urgenza, allora, di far nascere opere d’accoglienza.

Alla presentazione del libro “Il mio bene sei tu”

Além do mar, Alèm do homen, Um sacerdote em missão, è il titolo dell’edizione brasiliana del libro: Quell’uomo venuto dal mare…

Nell’arcidiocesi di Fermo è stato docente di teologia e vicario per conventi e monasteri.

Gli hanno dato la cittadinanza onoraria di San Paolo e quella della sua città di nascita: Porto San Giorgio.

Ci sarebbe molto altro da scrivere…

Arrivano messaggi durante la diretta. Stavolta di italiani: «Grazie, ci hai cambiato la vita».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica 8 marzo 2020

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