Cammino la Terra di Marca. Un treno per un nuovo turismo. Altro che raddoppi di asfalto

Alla seconda stazione di Porto San Giorgio c’è gran fermento. Giovani offrono Anisetta Pallottini e Amandovolo. Il capostazione ha alzato la paletta ed ora sta fischiando. Tutti in carrozza. Salgono i passeggeri. La locomotiva sbuffa fumo grigio. Quattro le vetture: tutte in legno. Lo sono anche gli interni. Ai finestrini hanno appeso tendine in lino, ben stese e ben curate. Si siede vicini, sulle panche. Volti diversi, umanità diverse. L’ultimo sbuffo e si parte. Di cellulari non ce n’è. Neppure l’ombra di computer o tablet. Nessun rumore. Si colgono voci di soli passeggeri e sferragliare su rotaie. Uno sferragliare lento. Nell’ angolo d’ogni vettura fa capolino una mini biblioteca: libri di racconti tratti da storie dei luoghi che si sta attraversando.

L’uscita dal tunnel di Fermo

Paul Verlaine scriveva: «Il treno scivola senza mormorio, ogni carrozza è un salotto in cui si parla sottovoce». Abbiamo lasciato il mare, saliamo per Fermo: un triangolo dal vertice perfetto che, come cuspide, ha addirittura una cattedrale dedicata alla Vergine Maria. Ci attende la vallata del Tenna. Alle stazioncine di Monte Urano e Montegiorgio, il convoglio fa sosta. Entrano donne con canestre piene di calcioni di ricotta, di castagne e di cacao. C’è un ragazzo che mesce vino rosso superiore e vin cotto di buona gradazione. I passeggeri gustano, sorseggiano e ringraziano. Ulivi a sinistra, meleti a destra. Cavalieri salutano il convoglio dall’ippovia parallela al fiume. Il treno passa: villa Ganucci, teatro di Falerone, Servigliano città perfetta. Ora si sales e si rallenta quasi a passo d’uomo. Monte San Martino e Penna San Giovanni e Smerillo e San Ruffino. Si guarda fuori del finestrino. Natura stupenda. Qualcuno, memore della mostra su Raffaello, ripete le parole di Pietro Bembo sull’urbinate quando la Natura temette di essere superata dal maestro per poi temere di morir con lui.

a Largo Calzecchi Onesti, Fermo

Alla stazione di Smerillo sale un gruppo: sax, tromba, trombone e clarinetto. Sembra d’essere a New Orleans. Spunta Amandola con i Sibillini tornati alla neve. Gran ricevimento presso l’ultima stazione ancora intatta: festa, accoglienza, mele rosa e pistringu Siamo arrivati… E abbiamo sognato. Siamo visionari? Ma non si dice che i visionari pre-annunciano quel che potrebbe accadere? Su cosa puntare dopo il flagello del Virus? Il turismo è carta vincente. L’emozione lo sorreggerà; l’esperienza ne sarà l’asso. E lo stato dovrà investire in infrastrutture. Lo insegna Keynes. Perché allora escludere la rinascita di un trenino? Perché insistere solo sulla strada-mare monti che ripropone la terribile scelta della gomma e dell’asfalto ignorando le specificità dei territori? Di treni storici e turistici ce n’è già, e hanno incrementato, di molto, il flusso turistico: la ferrovia delle Meraviglie a Cuneo, quella del Monferrato, la Novara-Varallo, quella della Val Morea, la Palazzolo-Paratico e la suggestivissima “transiberiana” Sulmona-Roccaraso, considerata la nostra transiberiana. Il 2020, inoltre, è stato decretato “Anno del treno turistico” secondo il ministro Franceschini. E noi che facciamo? Pigramente e miopemente lanciamo nuove strade.

Per Agatha Christie, viaggiare in treno significava «vedere la natura, gli uomini, le città, le chiese e i fiumi, insomma: la vita». Forse, però, non vogliamo più vederla.

Adolfo Leoni, Domenica 15 marzo 2020

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