Minori… per modo di dire. La storia dimenticata di Teresa Gheis, mezzo-soprano di Fermo

Un baule, una cantina, un’artista. Sto parlando di Teresa Gheis, fermana, cantante lirica, mezzo soprano, brava, determinata, capace di un gran lavoro e molto sfortunata. Se n’erano dimenticati i fermani, non se ne trovava traccia nei vari dizionari della musica e dei musicisti. Della cantante si sarebbe persa ogni memoria se non che… Se non che, qualche tempo fa, la famiglia Bonaiuti-Ciccalè ha deciso di sgombrare la cantina di una vecchia casa. Così è saltato fuori un bauletto pieno di polvere e ragnatele. Apertolo, è apparsa una grande cartella con l’immagine di un violinista in copertina. Vi erano ricoverati articoli di giornale e locandine di spettacoli cui la mezzo soprano fermana aveva partecipato. Un patrimonio di informazioni che Maria Rosaria Corchia, giornalista e musicologa, ha trasformato in un documentatissimo libro uscito settimane fa per i tipi di Andrea Livi editore. Grazie a lei oggi noi possiamo conoscere una cantante stimata dai critici e apprezzata dal popolo. La Gheis nasce a Fermo nel 1859. Suo padre è Giovanni Battista, sua madre Eleonora Scaramucci. Scrittore lui, artista lei.

Famiglia benestante e numerosa: undici figli. «Teresa Gheis – scrive la Corchia – ebbe la fortuna di poter apprendere l’arte del canto a Fermo» dove esisteva – e questa è un’altra importante notizia – una rinomata scuola fondata da Francesco Cellini. Successivamente il trasferimento a Milano, per completare gli studi.

Le prime esperienze artistiche – ricorro sempre al libro della Corchia – potrebbero risalire al 1880, quando, insieme ad altre studentesse, si esibisce in un concerto nella «seconda sala teatrale cittadina», vale a dire al Palazzo dei Priori. È un poco timorosa, Teresa, una sorta di panico le prende a calcare il palcoscenico. Deve solo maturare. Ed eccola spiccare il volo. È al teatro di Messina, nel ruolo de la Cieca nella Gioconda; si sposta al teatro sociale di Pallanza, sul Lago Maggiore, nei panni dell’ Azucena del Trovatore; torna nella Cieca a Carpi; diventa Saffo al teatro sociale di Alba e poi Rosina sempre ad Alba; sale il palcoscenico del teatro Verdi di Pisa e poi quello di Lucca. Si sposta a Pesaro e quindi a Fermo nel centenario di Rossini (1892). La troviamo nel 1983 al Teatro Filarmonico di Verona e poi al Teatro di Budrio e in quello di Codogno. A Febbraio del 1895, al Teatro Alhambra di Milano sostituisce all’ultimo momento la titolare. Sarà un successo. Entrata nel ruolo a lei più congeniale dell’ Eleonora della Favorita di Donizzetti, avrà una serie ininterrotta di giudizi positivi. Canterà a Pola, Villafranca, Verona, Finale Emilia, Novellara, Correggio, Bozzolo, Canneto sull’Oglio, Cremona, Ferrara ed altri teatri ancora. Lavora sodo, si sposta sovente. La Corchia coglie un aspetto determinante: «… la Gheis fu però una di quelle voci cui spettò il più delle volte l’onore e soprattutto l’onere di diffondere e far conoscere le melodie delle grandi partiture liriche nel più fitto tessuto teatrale della penisola…», nei luoghi frequentati soprattutto da studenti e popolani. Dopo tanti successi in sale di provincia e piccole città l’aspettava il salto Alla Scala di Milano. Iniziò le prove. Una sera, uscendo dal sommo teatro, venne colta da un forte acquazzone che le provocò un’infezione alle vie respiratorie. Non poté più cantare. Finì così la sua carriera. Restò a Milano come insegnante. Morì a Fermo il 4 aprile del 1923.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Sabato 21 marzo 2020

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