Cammino la Terra di Marca. Viaggio tra le campane che suonano e le immagini contra pestem

Le campane hanno suonato. E suoneranno ancora. Almeno lo spero e me lo auguro. E hanno suonato da una parte all’altra del Fermano. Specie all’interno: in alta collina, in montagna. Hanno suonato a Smerillo e Montefalcone, a Ortezzano e Montegiorgio, a Monte Leone e Amandola, a Sant’Elpidio a Mare e Grottazzolina, a Montelparo e Montappone, a Torre San Patrizio e Ponzano, a Monterubbiano e Campofilone, e via via. Qualcuna è rintoccata anche a Fermo. È stato un concerto, un richiamo, una eco. La proposta lanciata su fb è stata gradita da sindaci e parroci. Specie dalla gente. Un po’ meno da qualche intellettuale. La campana è voce che unisce e rompe l’isolamento. È un po’ come quel tricolore che ha ondulato nel cielo, disteso da un paracadutista. Il tricolore d’Italia, quello di Francia, quello di Germania, lo stendardo della Spagna, del Belgio… Colori diversi. Le bandiere sono diverse. Ognuna accomuna un popolo. Le campane hanno però un’unica voce. Eguale per tutti. Un ricordo e una presenza.

Forzato in casa, impedito a camminare la Terra di Marca, navigo senza mare. Ho incrociato il video di una processione spagnola: i legionari del Tercio che portano in spalla il Cristo crocefisso e cantano El Novio de la Muerte (lo sposo della morte). Guardatelo. Da brivido quando lo alzano verso il cielo! Ora torno a girare virtualmente da noi. Piazza del Popolo a Fermo, già piazza San Martino perché nel 1399 vi costruirono in 23 ore una piccola chiesa dal nome del santo protettore dei medicanti. Una chiesa contra pestem. Vi insiste il loggiato di San Rocco, ultimo testimone di ben tre cappelle. Anno 1505. Il Consiglio di Cernita volle la costruzione per un voto contro il flagello del tempo: ancora peste. Sempre per san Rocco, una chiesa a Francavilla d’Ete e una reliquia nel Duomo di Fermo. Nel tempio di Sant’Agostino, sempre a Fermo, un affresco di san Amico raccoglie preghiere contro le carestie. San Lazzaro proteggeva dalla lebbra. Un suo ex voto si trova nella chiesa di Santa Caterina. In una chiesa di Carassai invece san Sebastiano fa scudo contro la pestilenza. Lo stesso che – come mi racconta la bravissima Chiara Curi – appare nel polittico del Collina presso il Museo diocesano. A Montegiorgio, nella Collegiata dei santi Giovanni e Nicolò, era preservato – oggi non so – un Sant’Antonio abate protettore oltre che degli animali anche degli oppressi. È l’universo religioso verso cui si guardava nei momenti di pericolo. Si guardava e si guarda. Se le norme fossero meno stringenti forse dalla Chiesa Cattedrale potrebbe uscire la processione con la Croce stauroteca sempre portata tra la gente in periodi di calamità.

Confortante il discorso all’Italia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Emozionante la preghiera alla «Bela Madunina» dell’arcivescovo Delpini salito tra le guglie del Duomo grandioso della città che non si ferma mai. Profondamente umana la scelta di papa Francesco che attraversa le vie della città eterna per raccogliersi in preghiera dinanzi al crocifisso della chiesa di San Marcello al Corso chiedendo di fermare l’epidemia. È il crocefisso, ricorda un grande sociologo, «portato in processione dai romani in occasione della peste del 1522». Siamo fatti anche di questo, penso, mentre intendo ringraziare un mio amico medico: Paolo Foglini che, già primario all’ospedale Murri, in pensione, è tornato in prima linea, e che insieme a tanti colleghi medici e a tanti infermieri di tutta l’Italia, combatte la battaglia decisiva contro un nemico senza uniforme e senza bandiera. Dobbiamo fidarci e io mi fido.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica, 22 marzo 2020

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