Fides et Ratio. I segni della fede e quelli della ragione. I gesti e le parole

Venerdì 27 marzo. Mons. Rocco Pennacchio è lì, davanti ai cancelli del cimitero di Fermo. Solo. La talare nera, lo zucchetto rosso in testa, il volto che guarda oltre le inferriate. Dalla bocca una preghiera sommessa: quella per tutti i defunti e, stavolta, soprattutto per quanti hanno lasciato questo mondo senza un familiare o una persona accanto. Nessuno al capezzale, forse l’infermiera cui è stata data la possibilità di benedire quel corpo che sfumava. La morte fa paura. Così la fa ancora di più. L’arcivescovo prega, forse qualche lacrima gli scivola giù dalle guance: ha perso sua madre da qualche mese. Poi, il gesto antico della croce: la mano che si alza verso l’infinito e s’abbassa verso la materia, e si sposta a sinistra e poi a destra, lentamente, ricomprendendo ogni cosa e persona in un gesto, in un segno. Mi viene da pensare che sia come «la carezza del Nazareno» di cui scrisse sul Corriere della Sera, poco prima di morire e per altri contesti, Enzo Jannacci, non un gran credente ma un uomo come tutti alla ricerca della Misericordia di Dio.

La Madonna Addolorata di Montegiorgio

Quasi nelle stesse ore, a Montegiorgio, nella chiesa dei santi Giovanni e Benedetto veniva scoperta la struggente statua della Madonna Addolorata. Non avveniva da tempi remoti. È il simulacro della Vergine che viene portato in processione il venerdì santo, dietro alla bara del Figlio deposto. Una Madre cui appellarsi perché s’appelli a suo figlio. Per noi.

Mercoledì 25 marzo. È il Dante-day. È la ricorrenza dell’Alighieri che ancora ci parla, ci insegna e ci interroga. Ma siamo anche al tempo del virus. E allora dal campanile della chiesa di Cristo Re, a Civitanova Marche, alle ore 19, fuoriesce la voce di Vittorio Gassman: «Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura nobilitasi sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura. Nel ventre tuo si raccese l’amore, per lo cui caldo ne l’etterna pace così è germinato questo fiore. Qui se’ a noi meridiana face di caritate, e giuso, intra ‘mortali, se’ di speranza fontana vivace…». È il Canto XXXIII della Commedia, è l’implorazione di san Bernardo alla Madonna. Alle finestre e ai balconi s’affacciano pescatori e commercianti, madri e bambini, avvocati e insegnanti… «se’ di speranza fontana vivace». Credenti e non credenti avvertono che non basta il tricolore (serve, certo), non bastano i concerti on line (servono, certo), e neppure basta la sola scienza per colmare il vuoto di questi giorni tremendi. Fides et Ratio, mai così stretti.

Torno a venerdì 27. Papa Francesco è in piazza San Pietro. Stride il deserto intorno e la figura del Pontefice che, arrancando a fatica, con l’ostensorio in mano, dopo aver pregato il Crocefisso contra pestem, benedice il mondo e la sua città, chi crede e chi no, chi è cattolico e chi non lo è. Quando, quattro secoli fa, Bernini costruì il colonnato come fosse un abbraccio, mai avrebbe pensato ad un abbraccio così vero, così amoroso, così avvolgente come quello odierno.

E mentre le campane suonano e il papa benedice il mondo assente ma presente, le sirene delle ambulanze fanno sentire l’altra voce: quella della dura realtà.

A fame, a peste, a bello: libera nos, Domine. Provare anche la preghiera non costa nulla.

Adolfo Leoni, Domenica 29 marzo 2020






 

 

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