Giovedì Santo. L’ultima cena e il tradimento di Giuda.

Le armi?

Oh, sì. Le armi c’erano.

Sulle colline, lontano dagli occhi dei romani.

I fabbri ne avevano costruite molte.

E molte di più ne avrebbero fatte

lavorando silenziosi di notte,

battendo il ferro di giorno e nascondendo le spade

nelle pieghe della roccia.

Eppure, Giuda non era soddisfatto.

Non che le armi non bastassero,

non che gli uomini non fossero pronti

allo scontro contro il tiranno Erode,

e contro i prepotenti conquistatori dalle aquile spiegate.

Anzi, l’odio si percepiva in ogni strada,

in ogni contrada, in ogni campo;

il rancore cresceva sotto ogni capanna.

Sulle montagne circolavano gruppi di gente ingrugnita;

nelle caverne si ritrovavano a parlare di guerra

e di liberazione.

Molti erano sinceri,

altri profittatori dell’ultimo istante.

Come capita.

Capirete bene!!!

Ma tutto questo non bastava.

Questo brulichio,

quest’odio,

questa avversione:

tutto questo non bastava.

Poteva sostenere uno scontro,

una scaramuccia, un mordi e fuggi…

una sollevazione temporanea in città.

Magari un subbuglio a Gerusalemme…

… Gerusalemme: “desiderio del cuore”,

“speranza nell’afflizione”…

Ma poi?

Poi cosa sarebbe accaduto?

Le legioni era acquartierate.

Inquadrate, piene di disciplina.

Eppure pronte a vendicarsi

di un popolo riottoso. 

Le Aquile sventolavano.

Il Pretorio era… possente.

Sarebbe stato inutile.

Tutto inutile.

Un bagno di sangue che avrebbe chiamato

un mare di sangue.

Forse, qualcuno premoniva

l’olocausto di Masada,

la distruzione del tempio,

la dispersione del popolo d’Israele.

Premoniva.

Guardava i segni,

ascoltava i profeti,

rileggeva le storie di soggezione

e di schiavitù.

Occorreva, allora, ben altro.

Ben altro…

Occorreva un capo,

uno che infiammasse le folle

che avesse un programma politico,

che stravolgesse le istituzioni,

imprigionasse, 

che giustiziasse.

Un uomo per la piazza,

e  per le barricate,

e, insieme, per il Palazzo.

Uno che indicasse il nemico,

senza tentennamenti,

che guidasse la rivolta,

proclamasse la rivoluzione.

Uno che portasse un messaggio

di liberazione e di sollevazione.

Come un nuovo Mosè 

che sradicò i prigionieri dall’Egitto,

come un  nuovo Davide,

o come gli antichi re, 

capaci di guerre e di governo.

Ma occorreva lo facesse subito.

Ora. Adesso.

Non c’era più tempo.

Non si poteva aspettare oltre.

La pazienza era finita.

Gli ebrei chiedevano libertà.

Da sempre.

Dai tempi di Babilonia, prima;

per i 400 anni di schiavitù in Egitto.

Ed ora Roma, il suo imperatore,

la sua legge, i suoi dei…

Giuda aveva messo gli occhi su un tipo strano.

Non il solito profeta, di quelli inquieti e inquietanti.

Uno, invece, che diceva cose che scaldavano dentro.

Costui se ne andava in giro a piedi

con una combriccola di puzzolenti ex pescatori e barcaioli, uomini – e anche qualche donna –.

Gente che aveva lasciato casa e familiari per seguirlo.

Un tipo ch’era apparso all’improvviso.

Dicono avesse trent’anni,

che venisse dalla Galilei,

che odorasse di trucioli e polvere:

il mestiere di suo padre.

Che avesse sempre lavorato,

silenzioso, ubbidiente.

Trent’anni di vita normale:

bottega, cibo, sinagoga, rispetto della legge.

Poi, improvvisamente, un’apparizione.

La sua apparizione,

sulle rive di un lago, 

guardando fisso un pazzo.

Un pazzo che gettava acqua 

sulla testa di creduloni.

Chiedendogli di essere battezzato.

E poi, quei due, altrettanto pazzi

che gli andarono dietro quel pomeriggio.

Venite con me: aveva detto loro.

Sicuramente per ingaggiare il suo piccolo esercito.

Sicuramente erano rivoluzionari

che avevano scovato il capo giusto.

Giuda li raggiunse, si presentò,

volle andare con essi.

Nessuno veniva rifiutato:

l’esercito cresceva.

Così lo accolsero.

Gli diedero la cassa.

Giuda con i soldi ci sapeva fare.

Occorreva farne tanti 

per le esigenze della guerra.

Ma il Galileo non li chiedeva…

A lui non servivano.

Non che ne disconoscesse il valore

ma ne faceva a meno.

Non ne era posseduto.

Con Lui si camminava molto; 

si camminava per quelle contrade polverose, 

calde da scoppiare,  piene di serpenti.

E si mangiava poco: qualche frutto,

qualche pane steso dalla gente.

Quando si era invitati ci si rifaceva.

Ma Lui neppure allora.

Si dormiva scomodi, 

dove capitava,

sotto ad un ulivo,

nell’abbraccio di una roccia,

tra la paglia di una stalla,

nello stazzo delle pecore.

E si assisteva anche ad eventi strani.

Strani davvero:

ciechi che vedevano, storpi che si drizzavano,

morti che… resuscitavano.

Sì: resuscitavano, dopo giorni dalla morte.

Era accaduto a Betania, in una casa di due sorelle.

Lazzaro, il fratello, era morto da alcuni giorni…

e lui l’aveva tirato fuori dalla tomba: 

vivo e ancora avvolto nel sudario.

Da restare senza parole.

Addirittura, quel Jeshua aveva sfamato migliaia di persone moltiplicando alcuni pani e pochi pesci

nella sporta di un bambino.

Una cosa portentosa,

da non credere.

Migliaia di persone in un prato senza cibo

E subito dopo con il cibo.

Con ceste che traboccavano.

E nulla fu sprecato.

Tutto fu raccolto e dato ai più poveri.

La prima magia – perché di magia sicuramente si trattava – era stata ad un matrimonio cui era stato invitato con la madre.

Che bella donna, era sua madre:

dolce, tenera, espressiva.

Silenziosa.

Non occorreva parlasse perché suo figlio intendesse.

Quel giorno, finito il vino della mensa, 

Maria chiese a suo figlio di rimediare,

di aiutare quei giovani sposi,

di non compromettere la loro bella festa.

Suo figlio acconsentì.

Sulle prime non voleva.

C’era tempo per svelarsi.

Poi disse: sì.

Chissà cosa avrebbe fatto una volta diventato re.

Canaan ancora più fertile,

Gerusalemme ricca,

vino e pane a volontà,

feste e balli nelle piazze,

templi d’oro.

E niente più imperatori stranieri.

La rivoluzione stavolta era prossima.

Sì,  tutto bene…

Ma Giuda si chiedeva: quando sarebbe avvenuto?

Quando la guerra ai romani e ai loro tirapiedi?

Quando le riforme, il nuovo stato?

Le premesse c’erano: il popolo che lo osannava,

i pani che abbondavano improvvisi,

le parole che ardevano, 

che infiammavano…

Eppure, quel regno pensato, voluto

cercato, auspicato da Giuda

non si concretizzava mai.

La rivolta non c’era.

E i giorni passavano.

Jeshua camminava,

parlava di suo padre, 

che non era il falegname: che cosa strana questa!

Si ritirava in preghiera, da solo,

guardava le stelle,

pronunciava parole sottovoce,

parlava di un altro potere,

di occhi e cuore nuovi.

Di un altro mondo,

di un’altra vita.

Parole strane, che stralunavano la mente,

la spalancavano e la chiudevano.

Che disserravano il cuore,

lo facevano palpitare e sanguinare.

Quell’uomo era come se avesse 

qualcosa di ancora non svelato.

Giuda lo guardava,

lo teneva d’occhio,

e ogni giorno che passava

 si innervosiva sempre di più:

se resuscitava Lazzaro da morto

che già puzzava,

se già levava in piedi il paralitico da sempre,

se fugava i demoni dai corpi stravolti,

perché non inceneriva il governatore,

perché non colpiva il procuratore,

perché non folgorava i centurioni,

perché non scannava i legionari? 

Perché?

Poi, venne quel giorno.

Quel giorno quando Lui disse una cosa di troppo.

Disse: “Beati i poveri in spirito, 

perché di essi è il regno dei cieli,

beati i miti…”.

Dalla sommità di quel colle 

disse anche dell’altro.

Disse: misericordia.

Disse: perdono.

Ma come: Giuda pensava alla guerra,

a cacciare i romani, a massacrare Erode,

e Lui calmava le genti invece di aizzarle?

Così no! Così non si andava da nessuna parte.

Anzi, peggio, si rafforzava il nemico,

si spegneva l’odio, 

Eppure, quelle parole – a dire il vero –

continuavano a scaldare dentro.

Scaldavano anche il cuore di Giuda.

Solo un attimo.

Poi il senso di vendetta riprendeva piede.

Meglio non pensarci.

Meglio, a questo punto, 

sbarazzarsi del Galileo,

meglio trattare con il potere ebraico,

ottenere qualcosa in cambio.

Meglio venderlo.

Trenta denari come sfogo,

trenta per sigillare il cuore.

Giuda pensò a Maria.

Solo per un istante: 

a quegli occhi, a quelle labbra,

a quella pancia che aveva tenuto caldo

un rivoluzionario che rivoluzionario non era.

Lo vendette.

I Giudei lo presero.

Era una notte di paura.

Il tempo sembrava sospeso.

Gesù aveva pregato da solo,

sanguinato da solo,

vegliato da solo.

Gli torsero un braccio,

gli piegarono il capo,

lo trascinarono nel Sinedrio.

Tre anni era durata la predicazione di Gesù.

Ed ora aveva tutti contro.

Gli ebrei lo consegnarono ai Romani. 

Giuda rimase a guardare di lontano

mentre i soldati gli strappavano la pelle.

Solchi sempre più profondi sul corpo

e sangue schizzato dappertutto.

Ma lui zitto con gli occhi in alto.

Un supplizio prima del supplizio.

Pilato voleva salvarlo.

Pilato era ligio alla legge.

Ma nessun re può proclamarsi tale,

senza l’avallo di Roma. 

Il Calvario era fuori dalle mura.

La croce era pesante,

penetrava nella carne già penetrata dal flagellum.

Gesù cadde e si rialzò,

più volte, più volte…

fino a che quell’uomo, costretto o volente

non prese il legno su di sè.

Maria seguiva piangendo,

gli occhi suoi e di suo figlio s’incrociarono

nei vicoli.

Poi, sulla sommità del colle,

il martirio, le spine confitte nella carne…

l’aceto per dissetare una sete infinita.

E tutto questo solo perché aveva parlato 

di un altro regno.

Giuda non resse. 

Quel Signore forse era veramente il Signore.

Infilò la testa nel cappio.

Si lasciò andare.

Penzolò a lungo dal ramo.

E forse di lontano, o da un altro mondo,

vide una donna che correva al sepolcro.

Vide una pietra rotolata.

Vide un corpo che tornava dai morti.

E poi lo vide sulla sponda del lago di Tiberiade.

Che riempiva di pesci le reti dei suoi vecchi compagni.

Che cuoceva del pesce per i suoi amici.

“E’  il Signore” gridava uno di questi 

che era tornato a fare il barcaiolo.

Attende, Domine,

et miserere, 

quia peccavimus tibi…

E tutto cambiò.

Adolfo Leoni

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