La messa clandestina.

Una messa clandestina. Come quelle in Cina dei cattolici romani. Come quelle dei papisti nell’Inghilterra di Elisabetta dopo la decapitazione di Mary Stuart. Come quelle dei primi cristiani nei secoli delle persecuzioni.

L’avviso arriva tramite un foglietto, un pizzino infilato sotto la porta. Della rete non ci si può fidare. Anche della gente non si dovrebbe, ma è un problema di reputazione. Chi ce l’ha e chi no. Con i primi si può tentare, con i secondi neanche a parlarne.

L’indicazione è precisa: monastero dei santi Vincenzo e Anastasio, Amandola. Anche l’orario e il giorno sono precisi: le undici della domenica di Pasqua. Cioè, oggi: tra tre ore.

L’abbazia dei santi Vincenzo e Anastasio

Parto. Ho firmato un’autocertificazione, sono pur sempre un curioso giornalista. Tre pattuglie lungo il cammino: carabinieri, polizia, guardia di finanza. Grazie a Dio sono dall’altra parte della strada. Si presume infatti che si scenda e non che si salga. Arrivato ad Amandola, è più facile. Supero il cimitero, prendo un tratto per la strada di Garulla e poi svolto a sinistra. Lascio l’auto in un anfratto. Scendo, metto gli scarponi, prendo lo zaino. Inizio a salire. Non sono solo. Tre giovani davanti a me e un paio di adulti ancora più avanti. Mascherine-muniti. Ci si muove circospetti. Chi sono io? Chi sono loro? Che ci facciamo qui in questi tempi di indotta prigionia da virus? Ognuno sembra trasparente. L’unico suono è quello degli uccelli che cantano, e il movimento forse di volpi tra il fogliame. Arrivato nei pressi del monastero, stupendo e solitario più di sempre, noto un rallentamento. Un fare sospettoso. Forse ognuno spera che l’altro continui a salire, che se ne vada verso le pennellate di neve in alto. Ma non è così. Si crea un blocco di qualche minuto. Si resta immobili. Indecisi. In attesa che qualcuno faccia qualcosa. È una ragazza a prendere l’iniziativa. Indossa un abito nero e lungo che quasi le copre le scarpe rosse da ginnastica. C’è una sbarra da oltrepassare. L’edificio è stato colpito forte dal terremoto. Lei tira su il vestito sino a metà coscia – noi ci si gira per non imbarazzarla – e supera lo sbarramento. La seguiamo. Svoltato l’angolo, ci raggiunge una musica, anzi, un canto antico, antichissimo. Un gregoriano mai più sentito da anni. Ed è come se ci abbracciasse e ci rendesse meno diffidenti. Saliamo le brevi scale. La porta della chiesa sulla parte destra del monastero è socchiusa. Dentro, tra una cortina alta di fumi d’incenso, una decina di persone sta già tra i banchi. All’altare tre sacerdoti con paramenti finemente ricamati e mai più visti da mezzo secolo nelle nostre altre chiese, barbe lunghe, capelli cortissimi, e ai piedi nulla, scalzi. Danno le spalle ai fedeli, pregano dinanzi al tabernacolo tornato centrale rispetto alla mensa eucaristica.

«In nómine Patris et Fílii et Spíritus Sancti» pronuncia il celebrante. «Amen», rispondiamo noi. È un riemergere di ricordi, sensazioni, stagioni della vita.

«Gratia Domini nostri Iesu Christi, et cartitas Dei, et communicatio Sancti Spiritus sit cum omnibus vobis». «Et cum spiritu tuo». La liturgia va avanti. I sacerdoti s’inchinano spesso, suonano campanelli. Un senso di sacro invade la chiesa cadente. Ogni tanto mi guardo indietro, alla porta. Potrebbe arrivare la polizia. Al momento della comunione, ci avviciniamo inginocchiandoci alla balaustra malmessa.

«Accipite et manducate ex hoc omnes: hoc est enim Corpus meum, quod pro vobis tradetur».

Da mesi il corpo di Cristo era estraneo al mio corpo. A Pasqua è risorto. A Pasqua è tornato.

Ora, ho bisogno di altri corpi e altri volti. Tornerò al monastero precluso.

Mi sveglio. È stato tutto un sogno. Ma un bel sogno. Buona Pasqua al tempo del maledetto.

Adolfo Leoni

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