L’arte di Guglielmo Massucci. L’artigiano che pensa alla Santa Casa di Loreto

Un giorno, poco tempo fa, mentre era a casa, gli arriva una telefonata. Mons. Fabio Dal Cin voleva parlare direttamente con Guglielmo Massucci. L’arcivescovo prelato della Santa Casa di Loreto si voleva rallegrare con l’artigiano provetto, con il restauratore che da ben 52 anni (oggi ne ha 74) opera con serietà e grande professionalità. E voleva farlo dopo aver visto le sale del palazzo Vinci di Fermo e l’opera che Massucci vi aveva svolto negli anni. «Restauro stupendo!». Ma voleva anche chiedergli, proprio per l’impressione positiva ricevuta nel nobile palazzo oggi in gran parte di proprietà di Enrico Biondi, la disponibilità di Massucci ad un eventuale intervento nei due saloni dell’ex Farmacia della Santa Casa, sotto i portici della piazza, dove oggi trova sede l’UNITALSI. Massucci è rimasto commosso e anche sorpreso. Anche se lui di chiese ne ha restaurate quasi 50, la prima a Patrignone. E se gli chiedo le opere di maggior soddisfazione, mi risponde: «Il grande altare barocco in oro zecchino della Collegiata di Sant’Elpidio a Mare con i dipinti dei fratelli Scoccianti del 1702, e più recentemente la chiesa di San Nicolò a Lapedona». In quest’ultimo tempio l’intervento restaurativo ha riguardato le tele del Ghezzi e del Ricci, il pavimento in «seminato fiorentino» e l’incredibilmente bello soffitto a cassettoni con al centro le figure di san Nicolò ed altri santi.

Guglielmo Massucci all’opera

Guglielmo, che è stato anche per 30 anni sindaco di Monte Vidon Combatte dove vive, ed insegnante all’Istituto d’arte di Fermo, è diventato restauratore per quelle strane coincidenze della vita, coincidenze mai casuali. Dopo aver fatto per quattro anni il calzolaio, si iscrisse all’Istituto d’Arte di Fermo solo per rinviare il servizio militare. Siccome riusciva molto bene nell’impegno creativo-manuale (d’altronde i Massucci sin dal 1500 sono stati una schiatta di bravi fabbri) venne notato da quel gran genio che era il prof. Pende. Che lo notò e lo valorizzò. E così Guglielmo si convinse d’essere sulla strada giusta. Dopo Fermo, la sua preparazione si affinò all’Accademia delle Belle Arti di Roma. Appena laureato restò ad insegnare nella Capitale per poi tornarsene a casa sua.

In questi mesi, prima dello stop da virus, stava ultimando il lavoro di restauro del soffitto decorato della Sala della Società Operaia di Fermo, ed era pronto ad intervenire sugli affreschi della sala Protocollo del comune di Fermo. In entrambi i casi, ha notato che la mano che ha dipinto e decorato sembra la stessa. «I lavori – dice – sono del primissimo Ottocento, più difficile però stabilirne l’autore».

Altro lavoro di soddisfazione è stato quello della Villa Pelagallo di Porto San Giorgio dove ha provveduto a restaurare pareti e soffitti, figure e decorazioni. Ora è in attesa che gli si dia il via libera per l’intervento al terzo piano.

Nel suo curriculum può vantare anche i restauri di alcuni teatri di tradizione come quelli di Porto San Giorgio, Camerino e l’Aureo di Offida. La sua mano si è fatta sentire anche sui decori e affreschi del villino liberty delle suore Canossiane sangiorgesi. Massucci parla lentamente come lentamente interviene manualmente sugli oggetti. Cautela e attenzione.

Se gli domando una cosa che avrebbe voluto fare e non ha potuto, risponde: «Mi sarebbe piaciuto restaurare il Santuario della Madonna dell’Ambro». Intanto, guarda avanti.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Giovedì 16 aprile 2020

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