La bomba

Luca era restauratore e falegname. Aveva 65 anni, 45 dei quali passati in bottega, prima come garzone ad imparare il mestiere, poi da titolare. Titolare, si fa per dire: era solo e solo voleva restare. Diceva che i giovani non avevano voglia di lavorare, di imparare, di rubare il mestiere con gli occhi. Avevano fretta, troppa fretta. Ma non si poteva restaurare un mobile del Settecento avendo fretta, non si poteva metter mano ad un tabernacolo ligneo pensandone già al completamento. Occorreva procedere per gradi, passo su passo, rispondere al problema del momento. La pazienza, occorreva. La pazienza! E Luca lo era, paziente.

La sua bottega nel centro storico di un borgo già minuscolo era come quella delle botteghe medievali e rinascimentali: porta in legno, volte a botte, trucioli e segatura a terra, banconi consumati dalle colle e dall’uso ripetuto, martelli d’ogni foggia, e lime, pialle, chiodi, seghe. Aveva clientela? Sì, ne aveva, perché era coscienzioso e i suoi lavori risultavano sempre di qualità. Uomo schivo, tranquillo, mai alzata la voce, mai una lite, mai una multa, mai un ritardo nei pagamenti o un richiamo. La banca di paese non lo aveva mai visto. Ripeteva sempre che era meglio essere a credito che non a debito. Con questa filosofia però non s’era certo arricchito, neppure aveva messo da parte un gruzzolo per la vecchiaia. Prima, perché la vedeva lontana; poi, perché era quasi già arrivata, dunque…. Viveva del suo, del lavoro quotidiano. Giorno dopo giorno.

Non poche volte era rimasto a secco di danaro per un ritardo dei clienti. Ma Luca si faceva scrupolo a chiamarli, a sollecitarne i pagamenti. Come se si vergognasse lui per il debitore. Come se non volesse far vergognare il debitore nei suoi confronti.

Famiglia non ne aveva: né figli né moglie. Forse, qualche avventura in gioventù, ma niente di serio. Passava la vita tra i trucioli di bottega, la lettura dei grandi russi, l’ascolto della musica classica – amava molto Puccini –, lo sfogliare un libro d’arte e il dormire profondamente nel primo pomeriggio. Anni prima aveva un diversivo: si recava dopo cena presso un circolo. Lo frequentava gente come lui: artigiani, coltivatori diretti, operai. Si parlava di tutto e si beveva il buon rosso delle sue parti. Aleggiava uno spirito di fraternità, tra socialismo e troskismo cattolico. Luca non sapeva bene perché avesse abbandonato quella compagnia.

Poi, accadde… Accadde che la peste mettesse le sue ali nere sul mondo e sul piccolo borgo di Luca. S’era nel 2020, non ci fu una strage enorme come per la “nera” del Trecento. Sì, i morti ci furono, anche tanti, ma la sanità moderna, dopo un primo sbandamento, seppe fare fronte. Anche perché chi governava decise che occorresse stare a casa, rintanati. Prima un invito, poi un comando, infine un’imposizione. Prigionieri! Le forze dell’ordine pattugliavano le strade, bloccavano e punivano i contravventori. I primi giorni di detenzione furono quasi di festa. Si cantava dai balconi, si esponeva il tricolore, si intonava l’inno nazionale. “Andrà tutto bene” si scriveva dappertutto. Luca non ne era convinto per niente. Un mese di non lavoro significava un mese in cui la mercede non sarebbe arrivata. Due mesi, sarebbe stato molto peggio. Sicuramente per lui, ma sicuramente per tutto quello che girava intorno al mondo produttivo, ai lavoratori, alle famiglie, alle imprese, al commercio. Luca non poteva consegnare le finestre appena terminate, non poteva montare la scala in legno, non poteva sistemare la cornice della pala d’altare… Non poteva far niente. E, non potendolo fare, non riceveva compenso, e quello che avrebbe dovuto ricevere per lavori già consegnati non arrivava. Ci sarebbero stati aiuti dallo stato, dicevano in tv. Ma non si vedevano. Intanto, la gente iniziava ad avere tanta preoccupazione e anche un po’ di fame. E intanto, si registravano i primi suicidi. Gianni abitava a duecento metri da Luca. Si salutavano al mattino affacciandosi alla finestra. Quel mattino non accadde. Quel mattino Gianni era acciambellato a terra, in una macchia di sangue che pian piano s’allargava. Un volo di nove metri. Morto sul colpo. E quando la morte ti lambisce, la morte diventa il tuo paragone, il tuo specchio. Luca sentiva crescere dentro di sé qualcosa di mai sperimentato prima. Gli sembrava insofferenza, impotenza, senso di claustrofobia. Doveva lavorare e non poteva farlo, doveva riscuotere e i soldi non arrivavano, gli avevano garantito aiuti e non ce n’erano. Una qualche disperazione stava covando dentro di sé.

Non era un grande frequentatore della rete. S’accorgeva con mesi di distanza che gli erano arrivati messaggi su facebook di cui non aveva mai preso nota.

Quella sera la vita gli era particolarmente pesante. Si sedette nello studio carico di libri illustrati. Accese la lampada vicino al computer, accese il computer, digitò fb. E scrisse un post. Non lo faceva da due anni. Scrisse: «A volte la violenza è necessaria». Lesse e rilesse le sei parole e pubblicò.

Non fu una bella notte e non fu una bella giornata quella successive. E neppure la notte seguente lo fu.

Passarono sei giorni. Il post se l’era quasi dimenticato. La rabbia no, quella schiumava. Quella cresceva e cresceva.

Stava preparando la cena quando gli arrivò la chiamata sul telefono cellulare. Dall’altra parte, una voce giovanile senza inflessioni. «Crede veramente in quello che ha scritto?». La domanda fu repentina. Luca era abituato a meditare sulle parole. Un attimo di riflessione e rispose domandando: «Chi è lei, cosa vuole da me?». « “A volte la violenza è necessaria”, ha scritto questo, ma ci crede sul serio?».

«Sono cose mie, – replicò Luca – è stato uno sfogo, non debbo a lei nessuna spiegazione. Buonasera». Quella telefonata però non lo lasciò tranquillo. Anche perché la voce tornò a farsi sentire due volte ancora. L’ultima fissò un appuntamento. Luca fu incerto sino all’ultimo secondo: andare o non andare. Andò. Era notte, nessuno in strada, non c’era anima viva di mattina figurarsi con le tenebre. Ci si sarebbe visti in un parco alla sommità del borgo. Quando arrivò, accanto ad un lampione un uomo di neppure 50 anni lo stava già aspettando. Uno zaino sulle spalle e una scatola in mano. Si fissarono per lunghi momenti. «È tempo di una violenza necessaria» disse lo sconosciuto che porse un involucro. Prima di consegnarlo, lo aprì. C’era un panetto che poteva sembrare pongo. Era plastico. «È C4» spiegò lo sconosciuto. «Legga le istruzioni che ho allegate. Inizieremo dagli uffici statali». Se ne andò d’improvviso lasciando Luca disorientato e frastornato. Esplosivo al plastico…

Il restauratore-falegname ci pensò su tre giorni. Alla fine si decise. Decise per il sì. I soldi non arrivavano, il laboratorio era chiuso, la ripartenza incerta. Come prospettiva: la povertà.

Era buio quando prese l’auto. Aveva rimuginato a lungo. Dove colpire lo stato senza far male alle persone? L’agenzia era chiusa. Lasciò la macchina dietro al rifornimento di benzina. Scese. Un latrare di cane in lontananza. La gente dormiva sonni non certo tranquilli. Sistemò la bomba davanti a una delle finestre del piano appena sotto strada. C’era un cono d’ombra. Impossibile che le telecamere lo cogliessero. Stava inserendo gli innesti quando, come una serie di rapidi fotogrammi, gli ripassò davanti la sua buona vita sino ad allora. Il passo ora era decisivo. Come un buttare all’aria la sua vita precedente. Ma quel gesto poi sarebbe servito? Sarebbe servito a lui e agli altri? Sarebbe servito a risolvere il problema del danaro, dell’economia in picchiata, della burocrazia ceca e dei burocrati cattivi, dell’ingiustizia umana? Magari, uno scossone sì, l’avrebbe provocato. Poi il muro di gomma avrebbe riassorbito ogni cosa, ogni evento, anche una deflagrazione. Avrebbe deglutito tutto. Si fermò, divenne una statuta di ghiacco per qualche istante. Abbandonò il plastico, buttò via gli inneschi. Avrebbe telefonato alla polizia per avvertirla. Ma, prima, un gesto che compensasse la rabbia voleva comunque farlo.

Aveva una fionda in auto, di quelle professionali che s’appoggiavano sull’avambraccio e poi si stiravano all’inverosimile. Gliel’aveva regalata un amico tanto tempo prima. C’aveva messo un laccio emostatico. Era una saetta. La usava per spaventare i piccioni che insozzavano la via. La prese. C’erano anche delle biglie d’acciaio. Una, due, tre volte… Mirò e colpi. Tre finestre in frantumi. E la rabbia un po’ sbollita.

«Pronto, polizia? C’è del plastico abbandonato dinanzi al palazzo dell’agenzia… e tre vetri frantumati». Riattaccò. Sorrise. E dormì beatamente quella notte, non prima però d’aver letto un passo de I Demoni di Dostoevskij e aver promesso a se stesso: «Domani torno al circolo…Forse quella fratellanza è più forte delle bombe».

Adolfo Leoni

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