Minori per modo di dire. Lo scatto di Marinucci

Non so se Franco Marinucci da Fermo sia un gran fotografo. So per certo, però, che le sue foto piacciono e mi piacciono. Sto scorrendo la pagina facebook. C’era un bel cielo giorni fa e una nuvola lunga un lenzuolo che, svolazzante come un tappeto volante, rimarcava la terra gialla abitata da un solo albero. E c’era la stupenda vetrata della chiesa di Sant’Antonio. Di notte, le luci la valorizzano sapientemente nel suo racconto di vangeli e santi. Franco l’ha scattata a poche ore dalla morte recente del parroco don Checco (Francesco) Monti. E ce n’è una terza con la luna in alto a sinistra quasi coperta dalle nuvole che occhieggia su una Fermo dove una striscia luminosa di fari sembra un fiume di fuoco argenteo che da sotto il tempio di San Francesco diluisce verso il basso. Sono foto che evidenziano la bellezza dei luoghi e della natura.

Franco Marinucci

Franco non è nato fotografo. Viene dall’IPSIA. Ha fatto molti mestieri tra cui ha tirato avanti un’agenzia pubblicitaria. Oggi ha 63 anni. «Da giovane alla fotografia non ci pensavo proprio». E neppure alla bellezza. Anzi. I primi scatti, che risalgono al 2013, coglievano il brutto e lo sporco delle immondizie abbandonate lungo questa nostra terra: gli oggetti gettati via e pure ancora in buono stato, l’amianto lasciato ai margini delle strade, i rifiuti fuori dai cassonetti. Erano foto-denuncia. Poi, qualcosa è cambiato. Anche grazie ad un fotografo ritenuto già bravo: Emanuele Zallocco. Era il 2014 e Zallocco aveva attivato da un anno la sua The Marche Experience: il racconto fotografico della nostra regione: dei suoi monti, colline, borghi, palazzi, piazze… ma non vi apparivano foto di Fermo, non ce n’erano. Occorreva allora rimediare. Ed è così che Zallocco incrocia le immagini scattate da Marinucci e gli propone di mandargliene qualcuna. Franco si schermisce, dice di non essere in grado, che è meglio chiedere ad altri. Zallocco insiste. E Franco prova. Inizia a scattare. Ma non è contento. «Una schifezza – commenta – all’inizio. Poi ho capito: di fronte a qualcosa da immortalare devo avere un brivido, una emozione. Devo fotografare qualcosa che mi colpisce. Se questo brivido, questa emozione la provo già io è probabile che la provino anche gli altri». Lo verifica e lo riscontra. Parte così la sua nuova età di fotografo, con questa nuova coscienza. Scatta a Montefortino come a Carassai, a Fermo come a Torre di Palme, coglie i tramonti di Monte Cacciù come le mura di Ponzano, Petritoli, Moregnano o gli interni di Villa Vinci. Immortala chiese, campi seminati, colline in fiore. E i suoi lavori raccolgono applausi.

Nel 2015 viene chiamato ad Urbino per la mostra Marche tra Cielo e Terra. Porta due foto: quella del tramonto di Monte Cacciù e un’altra, ancora più suggestiva, la stupenda piazza del Popolo di Fermo con un tavolino ed un vassoio su cui sono adagiate alcune pere. Il plauso non gli manca. Ne parlano i giornali. Altri suoi lavori finiscono sul sito italia.it

Nel 2017 tocca a Cartoline da Fermo, la sua mostra allestita presso l’oratorio di San Domenico.

Ha estimatori negli USA così come in Thailandia. Sono soprattutto emigrati che grazie alle foto di Franco restano legati alle Marche d’origine. Una signora argentina, tornata in Italia, gli ha portato in dono il libro di un famosissimo fotografo sud-americano. A proposito di libri, sarebbe grande aspirazione di Marinucci poterne realizzare uno. Arriverà. Arriverà. Il merito verrà premiato.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Sabato 18 aprile 2020

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