Cammino la Terra di Marca. La monaca che fuggì dal monastero

Non vi dirò dove ho trovato il manoscritto. Né quale sia il monastero della storia che vi racconterò. Potrebbe essere uno della Marca Firmana o della Tuscia, della Longobardia o del Regno di Leon. Ma questo accadde. E fu miracolo.

Beatrice, per alcuni, Betris, per altri, aveva sette anni quando la famiglia scelse per lei il monastero. La bambina era già bella: volto splendente, occhi blu, capelli color del rame. Da adolescente lo fu ancora di più. Gentile, servizievole, sempre attenta ai bisogni delle consorelle. La badessa le affidò il compito da sagrestana. Doveva curare la chiesa, pulire gli arredi, sistemare le panche, suonare le campane. Ogni cosa splendeva. E doveva pensare anche ai fiori. Enormi mazzi erano sempre accoccolati sotto la statua della Vergine Maria. Per la Madonna aveva un’attaccamento particolare. Si svegliava pensando a lei, s’addormentava recitando una preghiera per lei. Tutti volevano bene a Beatrice in monastero. Mai una parola o un cenno contrario. Era allegra e rallegrava, era lieta e allietava. Un cuore contento che contaminava. Finché un giorno… Quel giovane cavaliere era stupendo. Quando si tolse l’elmo apparvero occhi d’angelo. Suor Beatrice lo vide inginocchiato nel tempio, in raccoglimento. Lo guardò. Fu guardata. Un brivido li scosse. Fu chiaro.

La notte ebbe un sonno incerto. Anzi, non fu sonno. Furono invece immagini vorticose che infiammavano le membra, inarcavano il corpo, sconvolgevano certezze. «Madonna mia… Madonna mia…».

Il giorno successivo, stremata, dinanzi all’immagine piena di fiori, ebbe la forza di raccontare a Maria le onde continue della tentazione, il maremoto che aveva subito. Il giovane entrò d’improvviso, spalancando la porta. Beatrice vide alle sue spalle due cavalli. Capì. Ma prima di fuggire tolse dalla cinta le chiavi del monastero, le pose ai piedi della Vergine, chiese perdono di quel che avrebbe fatto, del tradimento prima, e dello scandalo che avrebbe provocato, e del pessimo esempio per le consorelle, e delle indicibili parole che sarebbero circolate tra il popolo del borgo… Pianse di dolore ma se ne andò ugualmente. E non ebbe la forza di guardarsi indietro.

Visse un anno con il cavaliere. Sino alla sua morte in un duello. Altri quattro li passò da sola, rimediando pane come può farlo una donna senza nulla. Ma non era questo a turbarla. C’era nel profondo dell’animo una nostalgia antica, una voglia di pace non più vissuta, di serenità non più assaporata. E fu un’altra notte d’incubo. E la scelta tormentata del mattino: tornare al monastero, con tutti i dubbi del suo comportamento, con tutte le domande di come sarebbe stata accolta.

Passò per il borgo, ma nessuno la riconobbe; s’infilò nella chiesa all’ora del vespro e vide di lontano il suo posto occupato. Solo a sera tarda ebbe il coraggio di bussare al portone. Fu lei ad aprirle. Lei lei: proprio lei, un’altra Beatrice dagli occhi blu e dai capelli color del rame. Un’altra lei! «Bentornata, Beatrice» disse la sua stessa voce, «ti stavo aspettando. Nessuno ha più messo mazzi bellissimi sotto alla mia statua. Ora tocca di nuovo a te. Ho tenuto il tuo posto. Nessuno ha saputo, nessuno ha visto, nessuno ha parlato. Bentornata, Beatrice». E lentamente la Madonna riprese le sue proprie fattezze.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica 19 aprile 2020

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