Cooder. L’azienda di periferia che compete con il mondo. E la proposta ai tempi del virus

Si può fare un’azienda importante in “periferia”? La si può fare senza indebitamenti bancari? Può integrarsi con il tessuto sociale? Tre domande e tre sì di risposta. Si può fare. Perché si è fatto.

Il prof. Giulio Sapelli, presentando in rete il suo ultimissimo libro “2020-Pandemia e Resurrezione”, incentrato sul lavoro, sulla fine di una certa globalizzazione e sul ritorno al locale, s’è congratulato con Enrico Zoli della società Cooder di Porto Sant’Elpidio.

Enrico Zoli ne è un po’ l’anima insieme ai suoi due soci: Alessandro Scavella e Paolo Ciminari. Zoli, 36 anni, studi di informatica a Bologna, esperienze in USA a San Francisco e ritorno nelle Marche per dar vita ad una impresa di alta tecnologia.

Enrico Zoli

La Cooder nasce e si occupa?

A cavallo tra il 2012 e il 2013. Ci occupiamo di digitalizzare tecnologicamente le aziende per permettere loro di vendere a livello internazionale. Usiamo tutte le tecnologie oggi più avanzate: per esempio quelle canadesi o statunitensi. Noi poi studiamo le aziende, le analizziamo e realizziamo i progetti per loro più adeguati.

Potreste avere clienti dappertutto

In realtà è così. Nelle Marche abbiamo solo due clienti. Ne abbiamo poi in Inghilterra, in Francia. Ma il 95 per cento sono sparsi in Italia, dalla Lombardia al Veneto alla Puglia, dalla Campania alla Sicilia.

Avete un modo particolare di interfacciarvi ai clienti?

Non facciamo i meeting dove s’incontra il cliente tutte le settimane. Facciamo invece meeting virtuali. Abbiamo clienti che io non ho mai visto in faccia, non so neppure chi siano come persone. Lavoriamo da sempre con le metodologie che oggi, a causa del virus, si sono rese necessarie. Con le restrizioni dovute alla pandemia per noi non è cambiato nulla.

Collaboratori?

Siamo una realtà di 16 persone, giovani e marchigiane. Stiamo però per creare un gruppo – entro un mese al massimo – con un’altra società, con cui stiamo già lavorando in partnership da due anni, in modo da arrivare a 40-50 persone. Abbiamo già fatto un percorso di affiancamento e unione a livello di ristrutturazione aziendale in modo da essere sostenibili nella parte sia delivery, sia gestione delle vendite, sia gestione di tutti i progetti da realizzare. L’aumento di organico ci consentirà di affrontare tutte le richieste che ci pervengono dal mercato. Saremo molto agili usando lo smart working. Ci sono già collaboratori dall’Inghilterra, dall’Olanda, dal Veneto, dalla Campania…

In questo periodo di pandemia avete lanciato una proposta

Sì: l’e-commerce solidale. Noi abbiamo sempre lavorato con realtà medio-grandi. Quando ci siamo resi conto del problema portato dal Covid-19, abbiamo detto: qui la situazione economica si sta aggravando. E ci siamo chiesti cosa avremo potuto fare per aiutare il tessuto locale, quello delle Marche sud. Abbiamo individuato due aree su cui intervenire. Il primo è l’asset calzaturiero dove i calzaturieri, non avendo la possibilità di organizzare o partecipare ad eventi di presentazione e non potendo più viaggiare per il mondo, avrebbero avuto bisogno di piattaforme tecnologiche come il be to be, una sorta di show room dove i clienti possono accedere per vedere il prodotto in tutta la sua forma e sostanza. Il secondo asset è quello del food, dell’alimentare con tantissime piccole aziende, che hanno la necessità di un supporto tecnologico per l’organizzazione delle consegne a casa, il ritiro della merce: dalla pizzeria all’orto frutta, dalla farmacia sino a chi si occupa di cosmesi. Possiamo aiutarli ad organizzare il lavoro, soprattutto educarli a questa nuova mentalità. Ci siamo detti: noi conosciamo le tecnologie quindi, a costo quasi zero, le mettiamo a disposizione, spiegandone il funzionamento. Insomma: li educhiamo digitalmente così saranno pronti anche per il prossimo futuro.

Mai indebitati con le banche?

No, non ho mai dovuto comprare, ad esempio come nei calzaturifici, la tomaia, il pellame o il macchinario. Non facciamo acquisto di materie prime. La nostra materia prima è il cervello delle persone. Gli investimenti sono sulle persone. Ecco, perché assumiamo.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Mercoledì 29 aprile 2020

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