Oggi: san Giuseppe lavoratore. Un racconto in memoria del mio amico Piervincenzo.

Quella volta Yeshua lo scappellotto se l’era meritato tutto. Yosef gli aveva detto di tornare subito in bottega. C’erano clienti che avrebbero ritirato gli sgabelli. Bisognava servirli a puntino. Erano buoni clienti, pagavano subito, addirittura avevano dato un acconto. Sapevano la maestria di Yosef, di lui si fidavano per la qualità e anche per il prezzo. Mai sopra le righe, mai una richiesta di troppo. Solo che quel falegname non parlava quasi mai. Due parole erano troppe. Sicuramente i movimenti delle braccia con la pialla, la sega, il martello, i chiodi erano diventati le sue espressioni. Parlava con il corpo, rispondeva a gesti.

Lo scappellotto arrivò tra nuca e spalle. Non fortissimo, ma esplicativo. Come dire: “Ti ho chiesto una cosa, mi avevi rassicurato, hai pensato invece ad altro. Non sei stato onesto”.

Una cosa promessa per Yosef era una cosa fatta. Per Yeshua, probabilmente, non era proprio così. Per lo meno non lo era per i suoi dieci anni. Però i bambini di Nazareth a dieci anni erano già adolescenti. E quel bambino invece di dare ascolto al babbo era andato a giocare. Aveva una combriccola: il figlio del vasaio, quello del carpentiere, quello del lanaio, il figlio del porcaro… Un gruppetto che si ritrovava a correre nei campi, agguantare al volo le spighe di grano, far paura agli uccelli e bagnarsi i piedi nel ruscello vicino al villaggio.

Yeshua prese la sberla e se ne stette zitto. Sapeva bene di aver sbagliato. I clienti erano arrivati puntuali con il carretto ma la bottega era ancora chiusa. Yosef ne sentì le voci, accorse, scusandosi. Non ci furono problemi. Era la prima volta che capitava…

Yosef alzò il mento per indicare le tavole. C’era da spostarle per fare spazio ad altro legname. Spostarle subito! Yeshua si mise all’opera più alacremente di sempre. Aveva capito la lezione: una cosa promessa era una cosa fatta.

Si muoveva bene nella piccola bottega da falegname. Yosef era un buon maestro e un grande padre. Mai che urlasse, mai che imponesse. Chiedeva, sì, ma prima di tutto insegnava. Yeshua cresceva bene. Ci sapeva fare con gli attrezzi. Certo, le scappatelle s’erano ripetute, ma tutte perdonabili, tutte da bambini.

A trent’anni era un bell’uomo: forte, azzurro d’occhi, spalle larghe da lavoratore, capelli sul chiaro. Poi accadde. E Yosef se lo ricordò per sempre quel pranzo. Maryam sedeva alla destra di Yeshua. Solitamente il cibo lo prendevano in silenzio. Quella volta no. Yeshua, all’improvviso, disse a suo padre che avrebbe lasciato la bottega, che se ne sarebbe andato. Aveva una missione da compiere. Non diede altre spiegazioni. Yosef guardò sua moglie. La loro era stata la storia di un Mistero buono che s’era srotolato nel tempo e, nel tempo, s’era fatto comprendere.

Yosef ricordò la nascita di quel bambino che oggi, uomo, se ne stava andando. Betlemme: freddo, neve, due animali per scaldarsi, una grotta per camera. E le doglie di lei. E la paura, la solitudine. Ma anche la promessa dell’angelo. Promessa ripetuta. E la fuga in Egitto. E i sapienti messi nel sacco da quel bambino cresciuto a bottega…

Yosef non capiva questa nuova scelta. Ma alzò la mano per benedire suo figlio, come faceva ogni sera prima del sonno. Ma stavolta sapeva che non l’avrebbe rivisto al mattino successivo. C’era una missione da compiere, gli aveva detto. E lui doveva compierla.

E Yosef si fidò, come sempre aveva fatto. Sempre. Ma la fiducia non poteva lenire il dolore per quel “figlio” che se ne andava… Per sempre.

Dedicato a Piervincenzo Consorti che un giorno mi parlò della grandezza di san Giuseppe. Gli promisi un racconto. Non feci in tempo a farlo. Lo faccio ora, sperando che apprezzerà, se non lo scritto, quantomeno l’idea. Ciao, amico mio. T’immagino vagare in Paradiso con il cappello d’alpino e in mano gli attrezzi per le tue icone.

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