Stefano Luzi: la mia Tre Elle non ha operai, ha imprenditori di se stessi

Stefano Luzi, fermano, 58 anni, titolare e amministratore unico della Tre Elle Srl, azienda che affonda le radici nella ditta artigiana che Fernando Luzi, suo padre, aprì nel 1951. Anche oggi che le maestranze sono settantacinque, Stefano Luzi dichiara che la sua è una «azienda artigiana con piglio industriale». Operante nell’ambito della meccanica, l’impresa ha aperto un settore: Daca arredamenti, per costruire vetrine d’autore e fornirle ai comparti della moda e dei musei.

Nella sua Carta dei Valori si legge: «Le risorse umane costituiscono il fattore fondamentale per lo sviluppo e la crescita delle attività aziendali».

Il titolare della Tre Elle Srl Stefano Luzi

Quanti giorni siete stati fermi?

Soltanto due. La nostra azienda è un conto-terzista. Facciamo parte di diverse filiere strategiche per il prodotto nazionale. Non potevamo chiudere i battenti. Abbiamo riaperto adottando tutti i provvedimenti per la sicurezza e salute del personale: una montagna di amuchina e già dal 13 marzo le necessarie mascherine, facendo anche un lavoro di sensibilizzazione dando vita ad un Comitato Tecnico. Lavoriamo con turni di sei ore così che il personale di un turno non s’incroci con quello del turno successivo. Anche il nostro indotto ha continuato a lavorare per noi.

Tutto bene, allora?

Non tutti hanno accettato subito i turni di sei ore. Avrebbero voluto il pieno regime per una questione di stipendi. Siamo venuti incontro con provvedimenti di cassa integrazione e ferie.

Relax aziendale

Vorrei parlare di delocalizzazione. Quanto ci ha fatto male?

Tantissimo. Molti degli imprenditori, soprattutto calzaturieri ma non solo, che hanno portato all’estero le loro produzioni sono stati egoisti. Hanno pensato che lo sfruttamento della manodopera cinese, ma anche polacca, romena, etc, potesse arricchire le aziende italiane. Solo che il governo cinese ha saputo cavalcare questa trasformazione supportando le proprie aziende nella crescita.

Però, i costi di manodopera, anche di alcune nazioni europee, erano più convenienti.

Le condizioni non sono di parità. Però così facendo, e non rendendosi conto delle conseguenze, le imprese italiane, rincorrendo il basso costo di produzione e puntando sul guadagno a breve, hanno impoverito i territori di riferimento, facendo mancare i necessari investimenti in innovazione. Ci vorrebbe un riallineamento del costo del lavoro.

Problema Made in Italy: da 30 anni se ne parla e mai s’è ottenuta una legislazione effettiva.

Credo che sia un problema squisitamente politico. Non capisco perché non si possa efficacemente tutelare il Made in Italy. Io, oggi, lavorando nel sistema museo e nella moda sono a contatto con la bellezza, con il saper fare, con la vera realtà italiana. Anche i grandi gruppi della moda hanno una management italiano. Qualcosa vorrà pur dire. Allora, è tempo di affermarlo con forza questo Made in Italy. Perché deve esserci un Made in Germany con cui la Germania marca tutta la meccanica, e non un vero Made in Italy nei nostri prodotti?

C’è però una parte stupida dell’italianità: quella che per guadagnare un centesimo in più mette in atto una frode acquistando l’80% del prodotto all’estero marcandolo Made in Italy. Dobbiamo crescere culturalmente. Dopo il Coronavirus, credo che il tempo dei furbi sia finito, è tempo invece della competenza, della serietà, e della lungimiranza.

Quanto possono aiutare le associazioni di categoria?

Io vedo molto movimento. E vedo anche molti proclami dei politici. Ma non bastano più le parole. Il Made in Italy non è il prodotto, è il territorio che lo circonda e lo contiene.

Quando arrivano i miei clienti non li porto in azienda, li porto al Girfalco, in piazza, nei luoghi più belli della mia città. Prima assaporano la bellezza dei posti, poi vedono il prodotto aziendale.

Il rapporto con le maestranze?

Le persone sono la forza dell’azienda. Vorrei che la parola operaio scomparisse e che ogni mio dipendente divenisse imprenditore di se stesso. Siamo tutti sulla stessa linea, anche se con mansioni diverse. Obiettivo: qualità totale.

Lei ha sempre avuto come bussola Adriano Olivetti ed Enrico Mattei. Perché?

Olivetti, per l’attenzione ai dipendenti e per il tempo del lavoro che deve essere umano. Mattei perché è l’orgoglio: non sfruttava le nazioni dove acquistava petrolio. Era rispettoso. Due fari. Dimenticati.

Che può fare un imprenditore per la sua terra?

La semina in azienda è contagiosa. Poi, dialogare con le istituzioni. Quindi, trovarsi con altri imprenditori per non essere soli nel cambiamento. Dicendo: Meno io e più Noi.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Mercoledì 6 maggio 2020

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