Un altro racconto “contra virus”: Il profumo dei mughetti

Quel profumo non l’ho più avvertito. Quel profumo è stata la cifra dell’intermezzo di tempo tra l’essere bambino e il diventare adolescente.

Veniva dal giardino vicino a quello di casa mia. Anzi: quello era un giardino vero. Il mio invece addizionava l’essere orto all’allevamento di galline e conigli, ai sentieri che portavano ad una vigna sottostante e al piano della «rota», che era una macina antica di mulino, usato come tavolo da gioco del tresette. Le palme sul davanti la facciata ricordavano la nobile origine del palazzo. Gli attrezzi nel cantinone e la legna accatastata vicino alla grande scure denunciavano ora ben altri usi.

I mughetti profumavano… I mughetti costellavano la porta che dava sulla scalinata della casa altrui. La incorniciavano, quasi a proteggerla. Era una porta bianca, come bianchi erano quei minuscoli fiori dai naselli a campanula. Tanti tanti tani. Dal profumo intenso, stordente a volte. Cerco di riassaporarlo ma non riesco.

Lo percepivo distintamente già ai primi di maggio, – ormai ci siamo – quando la stagione di primavera era di… primavera. Per guardare il giardino accanto, dalla mia finestra dovevo storcere a sinistra il collo. Nel bagno, invece, c’era una finestrella che dava proprio sul giardino dei vicini. Ma i pomeriggi… Prima dei compiti, scendevo lì, nel mio orto, per raggiungere il giardino confinante. Un intrico di canne di bambù da superare e una rete di fil di ferro rovinato a far da inutile barriera. Nel tempo, il metti e rimetti il piede sempre nella stessa maglia, aveva allargato una sua porzione. Facile scavalcare. Quell’abitazione era disabitata. Giusto in estate tornavano i proprietari. Giusto per rompermi l’anima con quella FIAT Seicento accesa a tutti giri già di mattina presto. Chi mise la patata nel tubo di scappamento – e io so chi fu – andrebbe ancora oggi encomiato e premiato per giustizia fatta.

Salivo la scalinata quatto quatto. In effetti potevano vedermi in pochi. I proprietari no, come detto. Giusto Alberto, il fabbro ferraio dal dito più forte di una pressa, o sua moglie Mimma, o la suocera di lui e mamma di lei, Emma. Ma a quell’ora tutto era immobile. Dunque, salivo, annusavo e sprofondavo. Le parole non spiegano la sensazione mai più riprovata sebbene ancora cercata.

Ma di un’altra, similare, voglio dirvi, che mi torna in testa nei tempi del virus cattivo e delle ritrovate pratiche di fede. Il Rosario, che recito oggi, più convinto, e con gli amici collegati in skype – tradizione e modernità condite insieme – mi rituffa in quello sgranar di preghiere del mese mariano quando in chiesa andavo molto malvolentieri attendendo la fine, con quel Deo gratias che era più liberazione che ringraziamento o, meglio, ringraziamento della fine. Bene, già con magliette o camicie a maniche corte, si camminava il lato lungo del paese. C’erano, distanziate geometricamente lungo un muro di contenimento, fioriere di cemento, ma ben costruite, non brutte, che ospitavano grumi di rose. Non si dovrebbe usare grumi… ma a me piace così.

Il rosario, dunque, occasione di fuga da casa, di incontro tra amici, di prime cotte più o meno corrisposte. E il profumo che forse tornerà, se il maledetto qualcosa ci avrà insegnato.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica 3 maggio 2020

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