Il monaco incontrato ai bordi del lago di Pilato

Io quell’uomo l’ho conosciuto. L’ho incontrato in un giorno di sole ai bordi del Pilato. Era una mattina di aria fresca, molto presto, scendevo dal monte Vettore dove avevo guardato le stelle e il nuovo sole nascente.

Erano gli anni Novanta. I primi anni Novanta. E lui mi destò curiosità prima, tristezza poi, speranza alla fine.

Mi torna in mente oggi mentre sto decidendo se attaccare la salita di pietrame oppure restare a valle.

Lo scorsi da lontano. Sembrava sulle prime non un uomo ma una capanna bianca, costruita ai bordi delle acque. Era di giugno: il venti per l’esattezza, e il laghetto s’era fatto lago. L’inverno non aveva lesinato neve e la neve non aveva lesinato acqua.

Quando arrivai più prossimo, m’accorsi che era invece figura umana. Immobile. Quasi statua di pietra. Alzai un braccio per saluto e avvertimento. Non rispose. Colsi appena un cenno della testa che s’alzava dal raggomitolo tra mento e petto. Sinceramente pensai a qualche tipo strano arrivato in occasione del solstizio. Tante storie giravano per l’aria raccontando di negromanti giunti per il libro del comando, o di presunti archeologi non del Graal ma di galletti d’oro. Fantasie di tempi andati?

Mi tenni a distanza. Posai lo zaino. Sedetti. Mangiai pane e formaggio guardando il rosa delle acque. Non disturbai. Fu lui, all’improvviso, a venirmi incontro. Aveva la voce bassa e un parlare lento come se ogni parola si forgiasse a poco a poco, arrivando dritta dal profondo, rimuginata e soppesata. Volle sapere di me. Chiese molto. Poi, fu la volta mia a chieder di lui. E allora il parlare si fece distaccato, come un racconto d’altri. Come si guardasse dalla finestra lo scorrere di una vita. Così ricordo il suo dire…

Una volta l’anno. Solo una. Nello stesso luogo. Anche stavolta, nonostante l’età, le quattro ore di salita e l’impaccio del nuovo abito.

Un occhio al Gran Gendarme e s’accovaccia sul bordo del Lago di Pilato. Intorno, spruzzi di neve. Guarda gli “Occhi del serpente”, e l’abisso gli viene incontro…

Era scappato in Africa dopo la scelta “sbagliata”.  

I nemici di prima e quelli di dopo – gli stessi – gliel’avevano giurata. 

E, allora: Congo, mercenario, stragi, saccheggi, stupri. 

Il suo corpo non aveva più anima, né pietà la sua ragione. Dissolti i sentimenti. Inferno dentro e inferno fuori. 

15 anni per dimenticarsi e farsi dimenticare. Un pugno di diamanti la liquidazione. E mani lorde di sangue. Servirono l’uno e le altre. Per corrompere, arricchirsi, sbranare. 

Si chiamava Rita… Gli disse che era incinta. 

“Buttalo nel water”, fu la risposta seccata. 

Sparì dopo l’aborto.

Vide Riccardo, un giorno, sotto i portici di Bologna. Il fisico era suo, ma non lo sguardo. Inconsueto quel sorriso. Pieno di pace ora… lui, il compagno-camerata che se ne infischiava d’ogni cosa. Cinico e duro.

S’abbracciarono, e nel tremito passò una vita. 

Tre figli, una moglie… lui, il più dissoluto della compagnia. 

Quel volto lo morse per l’intera notte. Il brandello di cuore che gli era restato fu ancor più pesante di sempre. 

All’alba, scese in garage. La luger era ben oliata. L’appoggiò alla tempia. Un niente e i fantasmi sarebbero spariti. 

Invece, un rintocco lontano di campana, una “voce” di speranza. Mille immagini di bambino…

L’abito bianco dei cisterciensi s’è bagnato sull’orlo. Il vecchio monaco si alza. L’abisso è solo un vecchio fotogramma. 

C’è una giaculatoria che ripete spesso: 《Libera nos ad malo》. 

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica, 10 maggio 2020

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