Alvaro Cesaroni: la mia Sigma piena dei valori di Adriano Olivetti

Alvaro Cesaroni, 72 anni tra qualche giorno, sguardo ancora da monello, ingegnere e imprenditore di successo. Nel 1985 ha fondato la Sigma Spa, con tre stabilimenti: a Rubbianello di Monte Rubbiano, Marina d’Altidona e Comunanza. Gli occupati sono circa 450 di cui 80 laureati. Oggi ricopre la carica di Presidente del consiglio d’amministrazione mentre l’amministratore delegato è suo figlio Massimiliano. La Sigma opera a due livelli: l’automazione bancaria, le biglietterie automatiche (per le stazioni, le metropolitane) e i sistemi di ticketing come quelli sanitari. Interno è l’intero processo del prodotto: dalla progettazione alla costruzione degli apparati sino all’assistenza tecnica.

Il patron della Sigma Alvaro Cesaroni

Più volte, quando lei era alla guida di Confindustria Fermo, l’ho sentita citare Adriano Olivetti. Come mai?

Lo cito spesso perché il mio iter lavorativo è iniziato alla Olivetti di Ivrea. Era il 1968. In una parete della mia abitazione di Porto San Giorgio è appesa la lettera di assunzione. Porta la firma di Paolo Volponi. Il grande scrittore faceva parte del Centro studi olivettiano (filosofi, sociologi, poeti, scrittori) e s’occupava del reclutamento dei giovani. Ho respirato l’aria della “Fabbrica di Adriano”.

Ho assimilato tanti principi seguiti poi nella mia attività in proprio.

Quali?

La Fabbrica è un soggetto sociale. Se la fabbrica è solo un mero strumento di guadagno per l’imprenditore è ben poca cosa. La Fabbrica coinvolge invece, e occorre tenerlo ben presente, un mondo oltre ai propri dipendenti. Poi, l’azienda è fatta essenzialmente di persone. E questo si sta rivelando, specie oggi, un principio fondamentale. Far lavorare tante persone, direttamente o indirettamente, tra l’altro di alta scolarità, diventa un impegno particolare: formazione continua, coinvolgimento, dare prospettive di vita e carriera. Questi sono principi che imparai al tempo della Olivetti. Oggi sono soddisfatto: i dipendenti sentono questa azienda come propria. Hanno la massima libertà. A noi interessa il risultato.

Olivetti viene riscoperto. Ma quanti imprenditori si ispirano al suo modello oggi vincente?

Il modello è stato sempre vincente. Solo che anche a quel tempo non veniva capito sino in fondo.

Si contrapponeva la mentalità di Vittorio Valletta della FIAT a quella di Olivetti: due cose diversissime. Il mondo della finanza non aiutò Olivetti, e poi l’azienda è finita come è finita.

Sono convinto che la battaglia persa in Olivetti sia stata una battaglia persa dall’Italia. Negli anni Sessanta, ad Ivrea, eravamo all’avanguardia nel mondo per quanto riguardava il software, la microelettronica, e altri processi. Non c’erano né Bill Gates né Microsoft né Intel né Apple. Il primo personal computer è nato ad Ivrea.

Gli americani erano abbastanza preoccupati. Olivetti dava fastidio.

Io direi: molto preoccupati. Gli americani avevano capito bene quello che accadeva nella Fabbrica di Olivetti. Una convinzione personale: la Olivetti muore perché l’Italia, che aveva perso la guerra, ha dovuto pagare un tributo all’America. Sono stato testimone oculare. Facevo parte di un gruppo a Milano che progettava una linea di mini computer. In America non c’era nulla di questo. Avevamo tutto pronto… e tutto si fermò. Dopo sei mesi, abbiamo rivisto le stesse macchine progettate da noi, identiche, con un marchio americano, e messe sul mercato. La dice lunga...

Lei, tra l’altro è anche sindaco di Comunanza.

Sindaco sì, ho assunto anche questa incombenza per un vincolo affettivo: sono originario di Comunanza, la mia famiglia viene da lì. Non ricevo emolumenti, cerco di fare qualcosa di utile per il territorio.

Un giudizio sulle Marche sud, economicamente parlando

Vedo una situazione molto critica. Al di là di qualche sparuta realtà che cammina – ci metto anche Sigma – per il resto vedo ben poco. Se guardiamo la vallata del Tronto, eccetto qualcuno, è un deserto di capannoni vuoti. Nel Fermano, il settore calzaturiero incontra parecchi problemi. Speriamo che si riprenda anche se in maniera ridimensionata. Non sarà più il calzaturiero di una volta.

Erano dei distretti industriali a monocultura. Non s’è creata diversificazione. Noi siamo una delle poche eccezioni.

Ci ha fatto male la delocalizzazione?

Per la Sigma è un termine che non esiste. Investiamo sull’estero non per produrre ma per commercializzare. La nostra produzione è italiana e tale deve rimanere. La delocalizzazione ha fatto danni perché non è stata capita sino in fondo. È stata intesa dai nostri imprenditori per abbassare i costi del prodotto. Ma non era quello il problema. Anzi, andava difeso lo stile, la cultura del nostro prodotto. Abbiamo perso anche un patrimonio umano: non si trovano più, ad esempio, le orlatrici. Moltissimi stanno facendo la strada del ritorno. Ma ritornare ora non è semplice.

La pandemia ci ha insegnato qualcosa?

Me lo auguro. Ma temo di no. Passato il pericolo si ritorna come prima. Invece potrebbe essere occasione per cambiare tante cose: ad esempio dove investire e dove no, i valori della vita.

C’è stata una debolezza culturale delle associazioni di categoria?

Sono l’essenza di chi rappresentano. Quindi si adattano e non sono di guida. Non sono portatrici di linee guida forti. Sono state carenti. Ricordo da presidente di Confindustria Fermo, tanti anni fa, che avevo avvertito come tante piccole nostre aziende non avrebbero resistito a lungo nella competizione che stava diventando sempre più globale. Avevo messo in atto un processo di aggregazione di imprese. Beh, fallito clamorosamente: non sono riuscito a mettere insieme nemmeno due o tre aziende per un progetto comune. La crisi non arriva all’improvviso. Si avvertono segnali. Occorreva prepararsi con investimenti per il futuro.

Un giudizio sulla classe dirigente.

In linea generale, dico che una classe dirigente peggiore come quella di oggi non l’abbiamo mai avuta. Si naviga a vista. Politiche per risultati immediati, per quattro voti. Non è così che si fa. Il politico è diventato un professionista che campa di quello: e siccome campa di quello è soggetto al ricatto del voto. Una persona soggetta a ricatto non è mai libera nel decidere le cose giuste da fare.

Lo vedo a livello nazionale ma maggiormente a livello locale.

Se il nostro paese deve competere con i grandi colossi, abbiamo bisogno di volare alto, di investire. Abbiamo trascurato la scuola, la formazione, abbiamo investito poco in sanità. Abbiamo trascurato le basi solide per poter poi lavorare serenamente. Ripeto: dobbiamo volare alto.

Adolfo Leoni, Mercoledì 13 maggio 2020

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑