Armandina Paciotti: il primo sindaco donna di Smerillo. La montagna ha bisogno di attenzioni. E il racconto di quella notte da tregenda

Armandina Paciotti è stato il primo – e per ora unico – sindaco di Smerillo. Anni 2004/2009. Nei due precedenti mandati aveva svolto il ruolo di vice con il primo cittadino Egidio Ricci, cui è legata da grande amicizia. Stessa amicizia che la lega all’attuale sindaco Antonio Vallesi.

Però Armandina, ragioniera di professione e da anni socia in uno studio di consulenza amministrativo-commerciale, un altro rapporto forte ce l’ha con il dr Giovanni Zamponi. Con lui e con altri otto personaggi del territorio ha girato la Terra di Marca per leggere la Divina Commedia ad un pubblico sempre più folto. Segno che il divin Poeta non è poi così passato di moda.

L’ex sindaco Armandina Paciotti

Raggiungo Armandina per parlare della nostra terra e dei punti di forza tali da risollevarla. Cosa ci manca? «Agricoltura sana, territorio bello e turismo rurale. Possiamo giocare queste carte. Però…». Il suo «però», contiene diverse critiche. «Non siamo tenuti in considerazione dalla politica che, quando arriva, lo fa con molto ritardo». Parla al plurale perché intende l’intera zona pre-montana. Quando le cito la frase di Sergio Pirozzi, ex sindaco di Amatrice, che disse: «Si legifera senza gli scarponi», lei è completamente d’accordo. «Si pensa alla costa e poco o nulla all’entroterra che avrebbe bisogno di norme diverse. Non siamo comparabili». Mi racconta che da sindaco, la sua prima battaglia fu di difendere la scuola. «Un paese senza una scuola è finito». Ce la fece con un escamotage: la materna a San Martino al faggio, le elementari e medie a Montefalcone. Armandina ha casa a Fermo, ma Smerillo è il suo buen retiro. Luogo dove è nata e vissuta con la sua famiglia. E, a proposito di questa, viene fuori una storia interessante. I suoi genitori: Severina e Antonio erano agricoltori. Antonio ancora lo è. Spende la pensione migliorando gli appezzamenti di cui è proprietario. Armandina a neppure 18 anni guidava il trattore. Non si sarebbe potuto fare ma in casa non c’erano figli maschi e occorreva dare una mano. Specie quella notte di 30 anni fa…

Babbo Antonio aveva annusato l’aria. Il vento stava cambiando. Ci sarebbe stata tempesta, pioggia fortissima. Occorreva rapidamente raccogliere le balle di fieno sparse a Colle Tafano e nei diversi altri fazzoletti intorno. Occorreva trasportarle nel capannone, pena l’infracidamento e dunque l’impossibilità di usarle. Sarebbe stato un danno enorme. La famiglia non si scoraggia. Scendono in campo, ed è il caso di dirlo, tutti i componenti: Antonio, Severina, Armandina e la sorella Mariella. Si cerca di far presto. Antonio ha il forcone in mano, trafigge le balle e le tira sul cassone del trattore dove sua moglie sistema e fa spazio. Alla guida si alternano Armandina e Mariella. Bisogna sbrigarsi, non c’è tempo da perdere. S’inizia dal campo più distante. Il vento sta aumentando e il sudore cola lungo la schiena dei famigliari. In fretta, in fretta. I muscoli del babbo si tendono, Severina cerca di ammonticchiare il più possibile, le trattoriste si avvicinano più che possono alle balle per alleviare lo sforzo del padre. Il lavoro dura un giorno intero e l’intera notte. Mai smesso un attimo. Quando albeggia il cielo è gonfio di nuvole nere. Inizia la pioggia, sempre più forte. Ma l’ultima balla è stata ricoverata. Ce l’hanno fatta…

Armandina lo racconta ancora soddisfatta. «Mio padre m’ha insegnato la serietà sul lavoro e l’onestà». Ora ha una speranza: che il Covid-19 abbia risvegliato le coscienze. «È l’ora di puntare sulla montagna. Da noi il distanziamento c’è, da sempre».

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Sabato 16 maggio 2020

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