Ritorno a Cerreto. In cerca di lucciole. Godendo del silenzio e del rumore di chi ama l’antico borgo

Mi scrive un amico chiedendomi di Cerreto Medievale. Gli rispondo che non si farà. Gli organizzatori non potevano prendere altra decisione. Mi chiede però se la passeggiata tra le lucciole si effettuerà. Distanziati, sicuramente sì. Le lucciole! A fine maggio quella zona ne è piena. Sfido che quest’anno ce ne saranno anche di più. L’ultima volta ci hanno illuminato, graziosamente, l’intero percorso.

Giacomo al lavoro


Intanto, un sopralluogo nel borgo me lo faccio ugualmente, anche se di mattina. È la prima uscita dopo la “cattività fermana”. Lascio l’auto davanti al piccolo cimitero. Un’occhiata dentro e una preghiera per chi è stato prima di noi, anche se sconosciuto. Siamo una catena.

Il silenzio è ancora più silenzioso. Padrone assolute sono le rondini tornate a bizzeffe a solcare i nostri cieli alla faccia del “maledetto”. Loro più libere di noi.

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Scelgo la strada brecciata delle roverelle, una dietro l’altra ai bordi, ombra e frescura nei periodi più caldi. Mi martella una canzone imparata a memoria. È un cantautore appartato, più applaudito quando marciava sotto i riti delle mode ideologiche. Oggi, distante anni luce da essi. Canto le sue parole: «…muove l’Impero di Mezzo, la Santa Sede siede, bimillenaria, Rus’ in disparte, Umma silente, i regni d’Occidente in caos lungimirante, a scadenza. Non pervenute altre istanze. Casting in diretta, schermo regnante, vale chi c’è, h24, selezioni aggiornate, eliminati miracolati salvati, audience, voti, milioni di milioni di visualizzazioni, quanta tristezza quanta malinconia, emoticon i like e pandemia, MAL’ARIA, mani che non toccano parole che non fiatano, occhi schermati mascherine guanti corpi obsoleti ingombranti, impresa teologica oltre che tecnologica, la Torre di Babele è in marcia, comanda la Finanza esegue la Politica intrattenendo sprazzi di carità e sprazzi di poesia, la Torre di Babele accelera…». Ogni parola è un macigno da spaccare ed esplorare, un concetto denso.

Mi siedo sotto la quercia. Non sono tra gli euforici del Tutto andrà bene. Forse, le troppe letture di un riscoperto Domenico Giuliotti che, insieme a Giovanni Papini, fu definito Omo Salvatico, mi fanno guardare con un certo pessimismo la fase 2-3-4-5. Miglioreremo? Se accadrà, non sarà certo per la bacchetta magica dei potenti illuminati. Gli uomini possono dare il peggio e il meglio di sé. Una scelta di campo.

Mi avvicino al borgo e un ronzio si fa forte. Pensavo di incontrare nessuno. Invece, no. Giuliano ha in mano il decespugliatore e sta sfalciando, con l’aiuto di un giovane, il bosco degli accampamenti. Non è roba loro, e pure sono lì, a lavorare e sudare. Più avanti, dietro alla chiesa senza tetto, c’è Giacomo, anch’egli armato. «C’era erba alta oltre un metro», mi dice spegnendo l’aggeggio. Anche la chiesa non è la sua. Ma gli appartiene in altro modo, forse nel modo più vero, così come il bosco a Giuliano e a tutti gli altri. Loro sono dell’associazione Rivivi Cerreto. Ci tengono a questo luogo più che se ne fossero sindaci, assessori o proprietari. C’è qualcosa d’altro che li lega. Li guardo e rifletto. Forse la speranza di migliorare umanamente c’è. Basta qualcuno che lo mostri umilmente (e non a parole) e sarà contaminazione. Buona, stavolta.

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