Gli invisibili/visibili da ringraziare: gli operatori ecologici

Per la guerra al “maledetto”, abbiamo ringraziato medici, infermieri, volontari. E l’abbiamo fatto applaudendo, postando saluti su fb, appendendo striscioni alle inferriate dell’ospedale Murri di Fermo. Più che giusto. C’è una categoria che c’è sfuggita. E questo articolo, allora, è un ringraziamento a che ne fa parte e non fa notizia, non accende discussioni, non divide gli animi.

Li hanno chiamati spazzini poi netturbini quindi operatori ecologici. Ma non è l’appellativo mutante al pensiero comune che li identifica a dovere. Ne coglie le mansioni, certo, ma non va oltre. È il lavoro che svolgono, invece, che già – uso un termine desueto – li nobilita in sé. Cosa c’è stato chiesto per la battaglia contro il virus oltre al distanziamento? Igiene, pulizia. Ma non solo privata. Anche pubblica: strade, vie, mura.

Gli operatori li ho visti all’opera in queste settimane e posso dirvi che se camminiamo in una città che non dà preoccupazioni e comunque è linda lo dobbiamo a loro. L’avverbio è necessario, perché la loro è una battaglia quotidiana: contro l’inciviltà di certuni, la disattenzione di altri, la presenza di troppi volatili.

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Io non so quanti di voi passino per la stradina che costeggia il tribunale e sfocia all’arco della Rivolta. Lo faccio nella mia quotidiana passeggiata. E vi posso assicurare che quel che combinano i piccioni è inimmaginabile, specie al confine con le costruzioni. Eppure, i nostri operatori ecologici stanno lì, non dico tutti i giorni, ma molto spesso, per pulire, disinfettare, igienizzare. Non conosco la persona vestita di arancio con il tubo in mano e il disinfettante a pressione che deterge la strada. L’ho salutato. Lui s’è fermato. Ha risposto al saluto. Abbiamo fatto due chiacchiere. Prima di andarmene, gli ho detto «grazie», a nome mio e, sicuro che avreste acconsentito, a nome vostro. Certo, è il suo lavoro. L’ASITE lo paga per questo. Ma c’è modo e modo di lavorare. Si può tirar via, oppure essere attenti. A me sono capitati operatori che non tiravano via. Prendete via Lattanzio Firmiano, prendete via Langlois. Abito da quelle parti. Conosco il problema. Vedo l’azione.

Il bombardamento dei piccioni è continuo. In primavera è un disastro. In questi giorni ancora di più perché la chiesa di San Pietro è chiusa e i volatili hanno riempito la torre campanaria (recentemente anche il terrazzo di un palazzo vicino), disseminando l’asfalto di schifosissime deiezioni. Ogni tot arrivano gli operatori, puliscono e le pietre di via Langlois si fanno quasi lucenti e l’asfalto torna scuro da verde che era. Dura poco. Dura un giorno. Poi, si va daccapo. E loro tornano. E fino a quando il problema volatili non verrà risolto sarà sempre un’altalena. Va ancora peggio in via del Capestro, zona Piazzetta. Il vicolo è stretto. Bisogna andar veloci cercando un’impossibile camminata al centro.

Ma non è solo – anche se notevole – questione di piccioni. Si diceva dell’inciviltà di alcuni che portano a spasso i propri cani. Diversi hanno imparato a raccogliere i «prodotti organici». Altri lasciano lì.

Ma non intendevo denunciare il malcostume. Intendevo sottolineare l’impegno paziente, costante, quotidiano degli Arancioni. Mi domando spesso se, dovendo rimettere e rimettere le mani sul già fatto, si domandino: ma ne vale la pena? Credo che se lo chiedano. Però, in attesa di una qualche soluzione, continuano il lavoro. Per noi. E, allora, «di nuovo grazie».

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Sabato 23 maggio 2020

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