Don Andrea Andreozzi: macché vescovo, “ho già giocato in serie A”

Don Andrea Andreozzi, parroco di San Pio X a Marina Picena di Porto Sant’Elpidio, assumerà a settembre l’incarico di rettore del seminario regionale umbro Pio XI di Assisi. 52 anni, intelligenza arguta, sacerdote capace, intorno a sé ha coagulato una bella realtà parrocchiale, pilastro de La Voce delle Marche.

Se l’aspettava? C’erano stati segnali?

Sinceramente no! La richiesta istituzionale compie questo iter: prima passa dal vescovo diocesano poi arriva al diretto interessato. Posso dire: non me la sono andata a cercare ma neppure ho fatto obiezioni.

Che lascia di bello?

L’esperienza fatta nel solco in un lavoro già portato avanti dai miei predecessori, sia in parrocchia sia in città. Lascio un pezzo della mia vita che ha ricevuto tanto. Si riceve sempre di più di quel che si dà. Lascio un’esperienza di chiesa buona anche come collaborazione con gli altri preti e con un tessuto cittadino stimolante che non ti fa annoiare mai.

La chiesa fermana oggi risente dei pochi sacerdoti, molti dei quali anziani. Per la diocesi potrebbe essere un sacrificio lasciarla andare.

Ho pensato a chi ora dovrà sobbarcarsi il lavoro che avrei dovuto fare io. Credo però che lo sguardo del nostro vescovo Rocco Pennacchio sia per una visione di chiesa allargata, in collaborazione con altre chiese. E vedo uno sguardo di chiesa che non dipende soltanto dai suoi preti. Certo, la coperta è corta. Occorre, allora, un metodo diverso.Il vescovo mi ha detto subito che questo servizio è a tempo, terminato il mandato tornerò. È un servizio in un’altra chiesa per poi tornare ancora più arricchito così da servire meglio la chiesa fermana. Rimango legatissimo alla diocesi cui voglio un gran bene perché mi ha voluto bene, a partire dalle quattro figure di vescovi incontrati: Bellucci, Franceschetti, Conti e Pennacchio.

Don Andrea Adreozzi

La chiesa sembra febbricitante. Si vivono delle spaccature, magari nella nostra diocesi no. A livello più alto sì. L’addolora questo?

No, se questo turbamento è per il bene, cioè se è un dibattito per visioni di chiesa diverse. Non possiamo avere tutti lo stesso sguardo. Anche negli Atti degli Apostoli lo si racconta, un confronto anche a suon di randellate e litigi. Però sempre sotto la regia dello Spirito santo. Se siamo fuori da quella regia siamo fuori di testa. Sono cose però che conosco poco: il lavoro nelle parrocchie ci mantiene con i piedi per terra e non ci dà il tempo di seguire il chiacchiericcio.

Seminari: punto nevralgico nella formazione dei futuri sacerdoti. Non sono mancati gli scandali a livello internazionale. Lei, come si prepara ad affrontare questo nuovo servizio?

Debbo vivere un tempo di consapevolezza: occorre prepararsi, confrontarsi con i collaboratori. Per fortuna, i seminari non nascono con il rettore che arriva. Ci sono già dei progetti formativi, delle ratio. Mi atterrò ai piani di lavoro stabiliti dalla chiesa. Certamente cercando di stabilire buone relazioni con tutti. Quello umbro è un seminario a misura d’uomo. Mi inserisco in un tracciato di una chiesa che ha portato avanti un suo pensiero. Il tema di come una chiesa forma i suoi preti a vivere l’oggi è bello. Vado in punta di piedi sapendo di dover imparare tanto. Le due parole chiave sono: rispetto di un’istituzione che ha una sua storia, e relazioni nel quotidiano. Non vado lì con la bacchetta magica.

La pandemia ci ha avvicinati a Dio?

Indubbiamente sì. Ha sviluppato una nuova spiritualità nelle persone. Le ha rimesse nella condizione di riscoprire lo spirito, di guardarsi dentro. È stato un tempo fecondo

In cauda venenum: dicono che si fa il parroco, poi il rettore di seminario infine si diventa vescovo…

Questo tipo di ragionamenti mi è lontano. Papa Francesco ci sta aiutando ad uscire da certi schemi. Non ha più rispettato alcun tipo di “criteriologia” alla quale eravamo abituati. Dobbiamo cambiare registro. A me piace fare bene le cose dell’oggi. Essere stato a Porto Sant’Elpidio è come aver giocato in serie A. In questa città sono stato papa vescovo e re. Che dire di più? Il resto conta nulla.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica 31 maggio 2020

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