Il ratto di Lucia. Un racconto… solo un racconto

Un fischio prolungato. E poi il buio. Improvviso. Piazza del Popolo cade nell’oscurità più profonda. Sparisce l’illuminazione pubblica, spariscono le insegne dei caffè e delle pizzerie. Complici le nuvole, il nero della notte è completo. Quattro figure si muovono leste come gatti. Hanno una tuta e un mefisto scuri che le combacia perfettamente alle tenebre. In un attimo i quattro hanno risalito le scale del Palazzo dei Priori. La chiave viene infilata nella toppa. Tre mandate ed il portone è aperto. S’infilano rapidi nel corridoio, con una tronchesi aprono la catena del cancello che immette al piano superiore della Pinacoteca. Hanno quindici minuti per evitare il riavviarsi del sistema d’allarme, il ritorno della luce e la sorveglianza privata che ora è in periferia. Le pile a mano consentono di raggiungere agilmente l’ampia sala delle esposizioni. Sono tre, ora. Il quarto è rimasto a far da palo all’ingresso, sotto la tribuna del Papa tosto. Le tavolette di Jacobello del Fiore sono sulla parete destra. Non ci vuole molto a spiccarle. Una alla volta vengono riposte in una sorta di ampia ventiquattrore bombata. Restano cinque minuti. Il gruppo ridiscende. Il palo chiude il portone. Un quinto uomo li sta aspettando in via Recanati. È alla guida di un’auto dal motore silenzioso. Salgono fulminei, con un’attenzione particolare al bottino. L’auto parte proprio mentre il centro storico torna ad illuminarsi. Tolgono il mefisto. Hanno caldo. La prima parte del piano è conclusa. Ora è tempo di far maggiore attenzione. La macchina viene parcheggiata sopra porta San Giuliano. L’obiettivo è la chiesa di Santa Lucia. Nessuno in giro. Anche il bar di fronte è chiuso da ore. L’ingresso qui è più facile. Il gruppo sembra conoscere l’edificio e i sistemi di protezione. Disinseriscono l’allarme e sono dentro. I frati abitano il piano superiore. Ma i quattro sono silenziosissimi. Lavorano per qualche decina di minuti. Poi, se ne vanno. Inseriscono nuovamente l’allarme e spariscono da dove sono arrivati. Stavolta, al seguito, nessuna ventiquattrore o valigia o sacco. Nulla. Niente bottino, neppure quello precedente.

È mattina. La prima messa è alle sette. Il celebrante è pronto, indossati i paramenti liturgici è già dinanzi al tabernacolo. Vi si inginocchia per poi tornare indietro. Mentre lo fa, gli occhi si alzano e vanno alle pareti dell’abside. C’è qualcosa di strano, di nuovo, di incredibile. Qualcosa di strabiliante. Laddove sino a ieri insistevano tristi, striminzite e sbiadite copie di una storia antica, ora campeggiano colori abbaglianti. Ora Lucia è tutta nel suo fulgore di martire e santa. Il prete resta fulminato. Non capisce. In un secondo i suoi pensieri vagano dal giramento di testa all’impossibile miracolo, da un problema di vista a qualcosa di sovrannaturale. S’avvicina, cauto. Anche i pochi fedeli iniziano a orientare i loro volti dal celebrante all’abside. Otto tavolette, a tempera e a oro, dai colori stupendi! Un’anziana è la prima a rendersi conto. Urla: «Santa Lucia è tornata a casa sua». Da qui se n’era andata ai primi anni del Novecento.

Il sacerdote è stordito. Si siede. Si sventola con un foglietto. Chiama i confratelli. Indica loro le piccole tavole che, dopo oltre un secolo, sono tornate al loro posto. Che è successo? Com’è possibile? I confratelli salgono sulla scala. Toccano delicatamente, come impauriti, i dipinti… Sono proprio le Storie di santa Lucia che Jacobello del Fiore aveva dipinte nel Quattrocento. Ma come fanno a star lì: una per ogni riquadro della parete: Lucia alla tomba di sant’Agata, Lucia che distribuisce la dote nuziale, Lucia davanti al giudice, Lucia trascinata al lupanare, Lucia al rogo, Lucia trafitta alla gola, l’ultima comunione di Lucia, i funerali di Lucia. Tutto il ciclo. Tutto intero!

I frati non capiscono. C’è da avvertire il vescovo, c’è da chiamare il comune. Non pensano ai carabinieri. A quelli ci hanno pensato gli operatori museali che, arrivati al Palazzo dei Priori, hanno trovato la catena rotta, il cancello aperto e una parete della pinacoteca vuota. I telefoni si fanno roventi. Tutti hanno paura di una nuova “guerra di religione” tra comune e chiesa, come nel 1997 quando qualcuno dal municipio aveva autorizzato il ritorno delle tavolette al suo legittimo proprietario, nella chiesa di Santa Lucia. C’era stato un mese di scontri verbali anche molto accesi. Ora potrebbe esserci legalmente la possibilità di un ritorno nella chiesa, conseguente ad alcune prese di posizione di direttori di grandi musei. Hanno detto che le opere d’arte dovrebbero risistemarsi laddove sono nate e per cui sono state pensate. Ma non se ne farà nulla…

Piano piano si ricostruisce la vicenda. Sino a ieri santa Lucia era al suo posto, poi il blackout della notte, il sistema di sorveglianza disinstallato per 15 minuti, la ricomparsa nella chiesa di periferia.

Arriva il vescovo, arriva il sindaco, si muove il prefetto ed anche il questore. Fuori dalla porta si schierano i carabinieri, dentro opera la polizia scientifica. Il parroco e i suoi collaboratori subiscono un pesante interrogatorio. Ma alla fine si capisce che nulla c’entrano. Intanto, in attesa di risolvere il caso, gli specialisti del museo iniziano a staccare le tavolette per riportarle in Pinacoteca. Le inseriscono in una serie di tasche imbottite. È un lavoro semplice se pur molto accorto e delicato. Viene presa ogni precauzione per non intaccare i dipinti.

Prima seconda terza tavoletta… si va rapidi. Si risolverà tutto in neppure mezz’ora. Alla quarta però c’è un intoppo. Il piccolo quadro non viene via. Non si stacca. Tolgono il chiodo in alto ma è come se il retro fosse attaccato al muro con una colla speciale. Vanno a verificare con uno strumento molto esile. Non c’è colla o mastice, non c’è adesione al muro: il foglio fatto passare dietro, non trova intoppo. Sollevano il bordo in basso della tavoletta e lo tirano con molta attenzione: niente da fare. Fanno lo stesso in alto… niente da fare. Mettono una specie di leva… inutile. Gli operatori sono stupiti. Si girano lasciandosi cadere le braccia. S’avvicina il vescovo, s’avvicina il sindaco, s’avvicinano prefetto questore preti e frati… Santa Lucia non si muove. Incredibilmente non si muove!… Ma non la smossero neppure i buoi per condurla al postribolo, come proprio quel quadretto narra da sei secoli, ammonendo sulla cattiveria umana. Questo, e proprio questo, racconta la quarta tavoletta… E santa Lucia anche oggi oppone resistenza: non vuole staccarsi dalla sua “casa”.

L’anziana dell’urlo è in fondo alla chiesa. «Fu lo Spirito santo ad immobilizzarla» dice come tra sé. Ad ascoltarla ci sono quattro giovani. Fanno parte della Confraternita dei Beati Cavalieri. Ad uno spunta dalla tasca un accenno di mefisto. È nero come la pece. Nero come la notte precedente in piazza del Popolo.

Adolfo Leoni

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