Il Fermano in declino dai tempi della Sadam. Non resta che sperare. Lo dice Pietro Subrini della Bricomax

«Ce l’abbiamo fatta ma il futuro è incerto. I grandi gruppi multinazionali spadroneggiano senza pagare pegno». A dirlo è Pietro Subrini, imprenditore commerciale, titolare della Bricomax, con due punti vendita: a Capparuccia di Ponzano di Fermo e a Porto Sant’Elpidio.

Iniziamo scherzando. Lei è del 1948. Anno importante: vi si svolgono le prime elezioni della Repubblica italiana, nasce il 33 giri, ed esce per la prima volta Tex Willer

L’annata è sicuramente buona… Dico spesso, sorridendo, che nasco in un momento importante per la storia del nostro paese… A giugno del 1970 mi trasferisco a Milano, alla Max Meyer dove inizio come capo operaio e termino come vice direttore di produzione.

Dieci anni dopo torna nelle Marche…

Insieme a due soci apro un punto vendita all’ingrosso e al dettaglio di vernici e materiali per pittura.

Seguo in qualche modo, fatte ovviamente le dovute proporzioni, l’esempio della Rinascente che aveva aperto un settore specifico del fai da te. Nascevano le catene del brico. Il nostro era un capannone di campagna. Qualche tempo dopo, mi rendo conto che occorre ampliare l’offerta. Così, oltre alle vernici, iniziamo a vendere strumenti per giardino, arredi d’esterno e d’interno, tende, tappeti, ferramenta, ecc.

Pietro Subrini al tavolo di lavoro

Com’è andata in questi mesi?

Noi abbiamo tenuto. Vorrei però dire che la crisi dell’edilizia, cui noi eravamo fornitori, era iniziata già nel 2011. Chi non ce l’ha fatta è perché era esposto solo in questo settore. Certo è che, con la pandemia, anche noi abbiamo avuto prima di tutto uno sbandamento mentale: non sapevamo se dovevamo chiudere oppure no. Notizie contrastanti. Per fortuna, il nostro settore è stato considerato tra quelli necessari. Infatti, oltre al resto, vendiamo prodotti dall’alcol al pellet. Continuando a lavorare non c’è stato bisogno di Cassa integrazione o richieste in banca. Sono aumentati i clienti hobbisti che, chiusi in casa, hanno imbiancato l’appartamento, sistemato qualche mobile…

Il futuro?

Non nego la preoccupazione. Anche se incontro tanti artigiani che hanno voglia di rimettersi in gioco, di fare, di non mollare. Di non chiudere bottega.

Il Fermano come sta?

Uso una parola forte: in decadenza. Una decadenza che viene però da lontano. Che faccio risalire alla chiusura dello zuccherificio SADAM che era stato la scintilla dell’industrializzazione della vallata del Tenna. Per cecità politica, siamo sottostati al diktat europeo che imponeva la fine degli zuccherifici. La chiusura del nostro ha portato alla distruzione di tante piccole aziende agricole, alla crisi degli autotrasportatori, ai problemi anche dei giovani che d’estate racimolavano soldi nella campagna dello zucchero. Poi, con gli anni Novanta e i primi del Duemila, c’è stato il boom delle delocalizzazioni, specie calzaturiere: il lavoro veniva fatto all’estero, non più in casa. Per cui il virus ha colpito un territorio già colpito dalla crisi.

E le classi dirigenti?

Vado un attimo a un livello più alto: Bruxelles, Roma. Nessuno che sino a qualche tempo fa abbia sollevato il caso delle multinazionali e dei colossi del web che pagano tasse irrisorie rispetto ai guadagni e che si sono appropriati della distribuzione nel mondo. La liberalizzazione sfrenata ha concesso a costoro di arricchirsi pagando quasi nulla. E dove, inoltre?

I grandi gruppi però sostengono di creare lavoro…

Io, a Milano, ho assistito alle lotte sindacali per lo Statuto dei lavoratori. Oggi non ci sono più tutele. I giovani che lavorano per certe aziende dai nomi famosi chi li protegge? Quella è una occupazione fasulla, quasi schiavistica. Non ci sono i caporali a scegliere i ragazzi da giornata, ci sono però le app. Ma chi ne parla sul serio? È un evidente impoverimento.

Dobbiamo chiudere con un messaggio negativo?

No! Io mi auguro che questo virus possa darci una svegliata. Spero vivamente in una qualche resipiscenza di chi comanda. Per quanto mi riguarda, continuo il lavoro, non mi tiro indietro: mi sembrerebbe da vigliacchi farlo.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Mercoledì 3 giugno 2020

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