La storia dei Mulini. I mulini che raccontano la storia

Era il 1870 quando lo scrittore francese Alphonse Daudet ne “Le lettere dal mio mulino” scriveva: «Ogni domenica andavano ai mulini, a schiere. Lassù, i miei mugnai offrivano il moscato. Le mugnaie erano belle come regine, con i loro fazzoletti di pizzo e le croci d’oro. Io portavo il mio piffero e, fino a notte inoltrata, si danzava la farandola. Vedete: quei mulini erano la gioia e la ricchezza del nostro paese». I nostri mugnai non avevano il moscato, ma il vino fatta a casa sì. E anche le nostre donne potrebbero aver indossato abiti con il pizzo. Sicuramente la domenica, magari dopo la messa delle cinque del mattino. Nei giorni feriali era diverso. Si arrivava con i vestiti del lavoro e i carri colmi di grano, tirati dai buoi bianchi.

Il mulino de “La Montana”

La Terra di Marca era piena di mulini. Luogo di fatica ma anche di socializzazione, scambio d’informazioni, momenti ludici. Lo ricordava sempre il compianto prof. Febo Allevi. La Valtenna, a destra e sinistra del fiume, ne contava parecchi. È un itinerario che può proporsi anche oggi, non un cammino purtroppo, perché l’asfalto l’ha fatta da padrone. Allora, vi porto con me alla scoperta delle vecchie, in alcuni casi antiche, strutture, alla sinistra del Tenna, nel tratto che da Fermo porta a Piane di Falerone.

Mulino in località Archetti di Rapagnano

Dei restanti parleremo in successive puntate. Dunque, i mulini. Il primo che campeggia è quello che veniva chiamato della Montana (trasformazione di Mulino Montani), a due passi dall’ex zuccherificio Sadam, area di Campiglione. Una sorta di quadrato con un lato lungo trasformato a suo tempo in magazzino. Il sito fermoimmagine riporta una notazione interessante: la ferrovia Porto San Giorgio – Amandola avrebbe dovuto avere un diramazione proprio verso il mulino, ma «Il Ministero bocciò il progetto poiché considerato “di esclusivo interesse privato”». Agli Archetti di Rapagnano, dietro al “nuovo” mulino san Benedetto, si scorge, penetrando tra due edifici, una vecchia casa disabitata. Che sia stato mulino lo dicevano le macine appoggiate alle mura. Le macine oggi non ci sono più. Altri due mulini ricadono nel territorio rapagnanese.

Mulino Giovalè a Piane di Monteverde. Si nota a sx l’iscrizione

Uno è stato trasformato in ristorante, l’altro, poco più su, nella zona Osteria, era detto mulino da capo. Vorrei che notaste il corso d’acqua che lambisce le strutture e che non è quello del fiume. È il “vallato” o, meglio, “i vallati”, una serie di rii che iniziano tra Monte San Martino e Servigliano. Il mulino San Filippo, nella zona omonima di Magliano di Tenna, è diventato una originale abitazione privata. Un arco a sesto acuto richiama alla memoria la vecchia destinazione. Prendete ora per la molto suggestiva Lungotenna. Ci sono i cavalli che s’allenano per la presenza vicina dell’ippodromo San Paolo. Al termine della via, eccolo, forse il mulino meglio conservato del territorio. Le macine, tra l’altro molto grandi, sono ancora lì. Il sig. Lautizi è ben felice di farvelo visitare. La scoperta è stato il mulino di Piane di Monteverde.

L’iscrizione ormai quasi illeggibile

Ho seguito l’indicazione Mulino Giovalè, e mi sono trovato in aperta campagna. Un luogo stupendo seppur abbandonato. Uno stemma gentilizio campeggia sul muro davanti: tre lune crescenti. Era il Casato di Ludovico Strozzi che lo fece costruire nel 1546. Ed ora Piane di Falerone, zona di Madonna del Mulino: il più famoso della Terra di Marca. Famoso per la storia d’Insorgenza e del sacco di Castel Clementino. Pagina drammatica quanto stupenda. Edifici cadenti, ma pietre vive.

Il mulino Miconi dove avvenne la strage degli Insorgenti prima dell’assalto a Castel Clementino

«La storia – scriveva Friedrich Hebbel nei suoi Diariè un mulino in cui i vivi pensano di lavorare, ma in realtà sono gli spiriti a fare il lavoro». E che raccontano ancora per chi sa ascoltare.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica, 14 giugno 2020

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