Programmazione e filiere per una agricoltura che sia il nostro fiore all’occhiello. Parola di Luigi Masnari

Qual è lo stato di salute dell’agricoltura nelle Marche? Quali sono i problemi che deve affrontare un settore che, insieme al turismo, può fungere da volano per un nuovo sviluppo economico? Ne abbiamo parlato con Luigi Masnari, fermano d’adozione, originario di Calcinate in provincia di Bergamo. Masnari è stato direttore delle Coldiretti Ascoli Piceno e Macerata. Successivamente è stato chiamato alla direzione dell’Associazione Allevatori della provincia di Pesaro. Precedentemente ha fatto la gavetta in Coldiretti Bergamo e alla segreteria dei giovani Coldiretti. Nel 1989/90, ha partecipato alla creazione del primo Consorzio Fidi dedicato all’agricoltura, in collaborazione con Cariplo. Masnari, perito agrario, guarda con occhio preoccupato il suo settore. Scorge due grossi problemi. Uno riguarda l’età degli agricoltori, che è elevata; l’altro è la piccola dimensione dei terreni. Occorre una scossa, dice. Con i suoi colleghi (Onelio Cingolani, agronomo, e Andrea Coluccini, perito agrario) ha dato vita all’Agrisviluppo, società che eroga servizi e consulenze, con sede a Tolentino e Passo di Colmurano. I tre esperti hanno redatto una sorta di traccia per un rilancio dell’agricoltura marchigiana.

Al centro Luigi Masnari

I punti di forza, dice Masnari, non mancano. Cita la Valdaso per l’ortofrutta, le diverse province per vigneti e vini, l’ottima produzione di olio, e la presenza del cerealitico, senza scordare la zootecnia soprattutto quella delle nostre montagne. Ma occorre fare più di un passo. E un passo è necessario soprattutto da parte della Regione, dei suoi vertici amministrativo/politici e della sua dirigenza. Questo perché «manca una strategia, indirizzi precisi, indicazioni specifiche sul tipo di agricoltura che si vuole praticare».

«C’è – aggiunge – un impellente bisogno di rivedere le logiche di sviluppo agro-alimentare ed ambientale, per riqualificare finalmente un tessuto produttivo, aprendolo a vere logiche di filiera, al mercato e al riconoscimento di un ruolo di presidio ambientale sempre misconosciuto!». Che fare? Puntare sulla «programmazione e sui progetti di filiera, in quanto, spessissimo, la singola iniziativa aziendale, se non inserita in un congruo progetto, è destinata a fermarsi, a decadere o a fallire dopo poco tempo: magari il tempo necessario solo a scavalcare il vincolo di destinazione d’uso che viene imposto all’immobile costruito o ristrutturato grazie ai fondi PSR».

Quello che propone Masnari e il suo team è un concreto associazionismo economico tra aziende, accordi d’area e progetti concreti. Condizioni uniche per ottenere finanziamenti. Niente contributi a pioggia, dunque. Non basta prender soldi per cambiare il trattore o svecchiare il parco macchine. «Quel che occorre è mutare la struttura del mondo agricolo marchigiano». Un’altra critica e un altro suggerimento vanno al cosiddetto disaccoppiamento, che non lega il contributo alla produzione, bensì all’imprenditore. Una impostazione – spiega Masnari – che «ha portato a preferire la “coltivazione del contributo” piuttosto che la produzione qualificata, organizzata economicamente, capace di favorire una sana aggregazione produttivo-trasformativa ed insieme un vigoroso ringiovanimento dell’imprenditoria agricola». La “coltivazione del contributo”, termina, ha portato alla destrutturazione delle aziende invece che alla loro qualificazione.

Ma c’è spazio per cambiare. Sicuramente sì!

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Venerdì, 19 giugno 2020

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