La città dimenticata. A due passi dal Chienti e dall’abbazia imperiale di Santa Croce

È la sera il momento migliore. Quando il sole cade e una leggera brezza si alza dal mare. Lo sguardo di Imelda, morta per amore, lo si può immaginare tra le foglie degli alberi. Un apparire e uno scomparire immediato. Come un cercare affannoso, ancora accorato. La ricerca del suo Lotario. Ma non è della bellissima leggenda dei due amanti, neppure della storia della Basilica Imperiale di Santa Croce che voglio raccontarvi. Ma di una città dimenticata. Proprio lì, in quella piana prossima a Casette d’Ete. Non arretrata verso i colli, ma più vicina al mare. Quel mare che secoli fa era molto più avanzato. Vi sto proponendo un cammino lungo un tratto di strada che il troppo dimenticato don Vincenzo Galiè descrive come «… l’arteria altomedievale che congiungeva Civitanova Alta, Santa Maria Apparente e la basilica di Santa Croce». Il primo tratto ancora esiste.

Lo si può percorre in automobile «dopo aver lasciato sulla destra – aggiunge Galiè – il santuario dedicato alla Vergine… frequentato un tempo anche per via dell’acqua prodigiosa contro le febbri e la mancanza di latte per le puerpere». Ma a noi interesse anche un altro aspetto. Dopo aver superato Villa Brancadoro, oggi proprietà dei Della Valle, e camminando verso la Basilica, dovremmo essere coscienti di calpestare un insediamento romano: un centro, una cittadina «di una certa importanza – narra ancora colui che fu abate di Campofilone – del quale purtroppo s’è perduta la memoria». Camminiamo nella storia, dunque, la storia antichissima delle nostre contrade. Laddove oggi s’incrociano aziende di ortofrutta e vivai rigogliosi esisteva un agglomerato civile e commerciale che «doveva svolgere una rilevante funzione portuale e sociale a beneficio di Urbs Salvia e dei vici ubicati dove ora si levano Montegranaro e Sant’Elpidio a Mare». Ecco, scrivo dopo aver compiuto quel percorso, dopo aver materializzato quelle figure umane di commercianti, soldati, famiglie, che oltre due millenni fa avevano dato un volto diverso a questi paraggi. Li avevano resi “civili”.

Tutto scomparso. Come le 19 città marchigiane travolte dopo il crollo dell’impero romano. Molte delle quali perse nella memoria per sempre. Stessa sorte accadde a questa piana. Il luogo fu «travolto e seppellito dall’acqua fuoriuscita dagli alvei, e dalla ghiaia, reso deserto dai barbari e maggiormente dai più tardi Saraceni che hanno scorrazzato per secoli sull’Adriatico affondando le unghie nelle plaghe più esposte e strategicamente più deboli». Rileggendo Galiè, percorrendo questa campagna, mi vengono in mente altre aree – quelle montane – abbandonate dagli uomini e proprio perché desertificate di presenze umane ora a rischio di dissesto. C’è un testo del prof. Alvise Cherubini dove si legge che: «l’abbandono dei centri abitati venuti meno fu avviato durante la guerra goto-bizantina, ma assunse carattere permanente e irreversibile nel periodo lonbobardo… Dei 19 centri venuti meno nell’alto Medioevo ben 15 appartenevano al territorio occupato dai Longobardi». Perché sparì anche questa nostra cittadina portuale? Perché subì lo stesso dramma di altre: «per la sconnessione delle strade e del sistema di imbrigliamento dei fiumi donde il predomino della palude e della malaria». Può insegnarci qualcosa tutto questo?

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica, 21 giugno 2020

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