Si agli Ospedali piccoli con Comitati di sindaci e primari. Il poeta Giovanni Zamponi parla di sanità e molto altro

«Come si fa a delegare a un algoritmo l’ubicazione degli ospedali marchigiani? Forse che l’algoritmo misuri anche il dolore, la sofferenza, l’amore, la fatica degli anziani, il rapporto personale?» Giovanni Zamponi è scettico, anzi, direi: molto contrario a una logica tanto matematica quanto poco umana. Lui se ne intende. È stato medico “di famiglia” per decenni. Classe 1949, è in pensione da poco. Ora può dedicarsi completamente al suo Dante Alighieri, ai sonetti, alla letteratura, alla psicologia, alla filosofia. Medico del corpo e per certi versi anche dell’anima.

Il dr Giovanni Zamponi

Davide Rondoni ha scritto recentemente che occorrerebbero i poeti per un contributo fattivo a risollevare l’Italia. Non perché possiedano la ricetta del riscatto, ma perché vanno dritti al cuore e alla mente delle persone. Per cui al poeta Zamponi chiedo uno sguardo sulla Terra di Marca che vorremmo dispiegarsi di nuovo. Lui è favorevole ai piccoli ospedali. Oltre ad avere un numero maggiore di posti letto a disposizione potrebbero essere sedi di specializzazioni diverse che non necessitino di interrelazioni con gli ambiti d’urgenza. Ma la prima cosa che farebbe Zamponi sarebbe quella di cancellare il nome Azienda. «Occorre chiamare le cose con il proprio nome» dice. Azienda è una fabbrica, dove si trattano cose, dove l’attenzione è al conto profitti e perdite. L’ospedale è altro: ci sono persone, c’è una umanità sofferente. In secondo luogo, gli ospedali dovrebbero tornare ad essere enti governati non da un direttore lontano e che conosce poco i territori, dove i territori sono le comunità. Ma da un Comitato di gestione affidato ai sindaci con la partecipazione dei primari.

Mentre parla sta riguardando due sue foto: il Monte Vettore e un campo di grano: il nostro patrimonio, il nostro petrolio. Ma per una svolta, per una rinascita occorre innanzitutto uno sguardo diverso.

E qui entra in campo il poeta-filosofo. «Per millenni l’uomo ha imparato comportamenti ispirandosi alla natura, confrontandosi con la realtà». Era l’adeguarsi dell’intelletto alla cosa, come ripeteva san Tommaso. Oggi non più. «Oggi – aggiunge – abbiamo iniziato a ragionare soggettivamente, preteso di dettare noi la struttura della realtà. Occorre invece essere “suddito” della natura». Nel senso di farla parlare, di far scaturire da essa le soluzioni migliori. Un atteggiamento, capovolto, che vale in ogni campo, anche in quello imprenditoriale (l’imprenditore è colui che risponde ad una esigenza che emerge dalla realtà). Su questo punto si sofferma perché gli sta a cuore la piccola impresa, l’artigianato vero, la buona agricoltura. «La micro-economia sarà la nostra salvezza o non sarà». Lo soccorre Dante quando scrive di ingegno, arte ed uso. Dovrebbero essere la nuova bussola. Passiamo a parlare delle classi dirigenti. «Ai decisori, anche a quelli competenti, manca qualcosa di profondo, di fondamentale». Come il cogliere l’essenza delle cose – sembra dire – e tenere in considerazione i diversi fattori. Fa un esempio: un ecologismo strano ha spinto per l’immissione dei lupi sui Sibillini senza tener conto di altri aspetti.

Se fosse possibile, consiglierebbe alla classe politico-amministrativa (e anche a tutti noi) il rimedio di Ugo da San Vittore: seguire (un maestro), conoscere (andare al significato ultimo delle cose), passeggiare specie per i boschi (dove nascono le riflessioni). «Il reale – conclude – non corre, porta a fermarsi e a chiedersi, come Leopardi: ma io che sono». E la realtà cos’è?

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Mercoledì, 24 giugno 2020

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