Dov’è il Tesoro delle Api? A Sant’Elpidio a Mare

Terra di Marca: scoperta continua! Sono lungo la Strada Cerratino, alla destra dell’Ete Morto. Campagna verdissima e colture diverse. Sopra di me, ieratica e orgogliosa, Sant’Elpidio a Mare.

Arrivo ad una nuova costruzione di mattoni. Sulla parete esterna laterale, una scultura s’incastona nel muro: è il Carro degli Dei. Sopra la porta principale campeggia una meridiana con indicazioni e ammonimenti riguardo al tempo che fugge. Il Tesoro delle Api è qui. E qui trovo il laboratorio e il punto vendita della piccola azienda che produce miele. Ottimo, stando ai certificati di premiazione appesi all’interno.

Luca mi viene incontro. Mascherina in faccia, grembiule addosso. Collabora con il titolare Rossano Alessi Giletti, apicoltore da sempre, come mi dirà più tardi.

Luca ha in mano una specie di coltello, è «una lama calda». Sta effettuando il primo passaggio della lavorazione. Il termine tecnico è disopercolatura. Raschia via dai telaini di legno, di forma rettangolare, lo strato di cera (opercolo) «che le api depositano su ogni celletta di miele». La cera asportata, che finisce in un contenitore posto in basso, sarà recuperata per usi diversi. Un lavoro di pazienza.

Arriva Rossano. È un tipo spiccio, scattante, concreto, che va subito al dunque. Mi indica una sorta di cilindro che è lo smielatore. Sembra una lavatrice che funziona al contrario. Siamo alla fase due, che è l’operazione di estrazione del miele dopo la disopercolatura. La forza centrifuga dello strumento fa fuoriuscire il miele dai favi che viene raccolto in appositi recipienti per essere poi trasportato nei piccoli silos che, decantando il miele, fungono da maturatori. Questa la tecnica. Passiamo ora al punto vendita. Sul tavolo e sugli scaffali sono sistemati i diversi tipi di miele: alianto, acacia, castagno, melata, millefiori. Rossano ha 200 famiglie, che significa 200 alveari. Le annate buone fanno sì che si ricavino una trentina di quintali di miele. Quest’anno non è andata bene, colpa delle piogge. I quintali si sono ridotti di molto. L’acacia ha sofferto maggiormente.

Rossano mi sorprende quando parla con convinzione di «transumanza delle api». Mai sentito. Chiedo lumi. «Per ottenere il miele di castagno – spiega – debbo spostare alcune famiglie sotto ai castagneti, che si trovano in montagna». Ergo: è transumanza, come per le pecore.

Assaggio il miele d’Alianto. È un nettare. Ora mi spiego la scultura vista all’esterno che riproduce il Carro degli Dei, realizzata proprio da Givetti in cinque anni di lavoro. Rossano mi guarda e m’interroga: «Retrogusto?». Di pesca, rispondo. Già!

L’Alianto è chiamato anche l’albero del Paradiso o, nel nostro dialetto, lu guarda celu. Un elisir.

Mi fermo dinanzi ai riconoscimenti. Nel 2018 proprio l’Alianto ha ottenuto il primo premio della Qualità Marche. Stesso riconoscimento nel 2019 ma stavolta per il castagno.

Mentre dialoghiamo, entra la signora Giamaica, moglie di Rossano, che collabora all’impresa. Su una parete, in una gigantografia appaiono due bambini con le maschere e le tute giallo-zafferano degli apicoltori. Sono Lara e Rudy, i figli. Stanno prendendo familiarità con le api. Passione di famiglia.

Salutandomi, il titolare m’informa che sabato andrà con le sue api nei campi di girasole. Ancora transumanza, dunque.

La mia maestra elementare sottolinerebbe la parola con il blu. Ma transumanza è. E a tutti gli effetti.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Venerdì, 26 giugno 2020

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