CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Sulle tracce di Thomas Becket. Dal Duomo di Fermo all’antica chiesa verso il mare

… poi le cose s’abbracciano da sole. Giovedì 16 luglio, la “piazzetta” dei Clareni di Capodarco di Fermo si anima. C’è “Il Castello di Monte Secco” da raccontare con parole, filmati e musica. Una storia che appartiene a questa comunità, che non sarebbe una contrada ma un castello, appunto. Sul palco vanno Massimo Benedetti che ne è il priore e Francesca Luzi, presidente dell’Associazione R&V-Territorio. Hanno lavorato insieme, per saperne di più delle loro radici. E lo scavo ha portato a un libretto curato da Monia Perticarini, Piersante Iacopini e Piero Fuiano, e ad uno spettacolo vero, con una “prima” e due repliche.

La torre dell’antica chiesa di San Tommaso di Canterbury

Danno il loro saluto il sindaco Calcinaro e in chiusura l’assessore Trasatti. Lo spettacolo inizia. La ricerca è diventata parola, ma non è accademica. Arriva invece dritta, chiara, convincente. I lettori (Sara Cucchi, Paolo Ricci, Piersante Iacopini, Piero Fuiano e Marco Andrenacci) si passano il microfono dopo le musiche di Luca Pettinari. Ed ecco apparire le immagini di pietre antiche e di un giovanissimo Piero Fuiano “inviato speciale” quasi dotato di macchina del tempo. Mostra la chiesa di San Michele che attesta la presenza antica di un primo agglomerato urbano, a poca distanza da un porto di mare, secondo le indagini di mons. Vincenzo Galiè. Quindi tornano le letture ed un altro filmato. Stavolta è la chiesa ormai quasi diroccata di San Tommaso di Canterbury. Thomas Becket, dunque. Gli attori dicono della Casula del Primate cattolico, della sua uccisione nella Cattedrale inglese e della sua amicizia con il vescovo Presbitero.

Otto giorno dopo, il Duomo di Fermo accoglie la mia narrazione su Thomas Becket, sulle sue origini saracene per parte di madre, e ipotizza il perché di quella scritta araba al centro del manto liturgico. Ma non basta a legare il tutto. Vado alla ricerca della piccola chiesa di san Tommaso. È sconosciuta ai più. Sarebbe degna di un cammino per turisti e residenti. Mi accompagna Iacopini. Si scende verso le Paludi. Quasi al termine, prima della “Nazionale, superato cavalcavia e semaforo, s’imbocca una strada secondaria sulla sinistra: un altro mondo. C’è villa Paleotti nascosta dagli alberi. Oltre il cancello, eccola la chiesa che fu eretta per l’amicizia tra chi diverrà vescovo di Fermo e chi martire per la fede. Nel Medio Evo era il luogo di primo screening dei crociati che poi, se malati di lebbra, venivano condotti al lazzaretto di San Marco in Rivocelli.

L’ingresso dell’ex chiesa di san Michele

È malmessa, aggredita dai rovi e dal tempo. Una porzione di tetto è sprofondata. Il resto lo potrebbe essere a breve. Una memoria storica che scompare, purtroppo.

Ma non è l’unica eredità in abbandono. Chiedo della chiesa di san Michele. Piersante non si nega. Andiamo nella zona nuova di Capodarco, quella sopra la “Statale”: palazzine recenti dagli “stili” multipli. San Michele è il protettore dei protettori, l’arcangelo guerriero, il principe delle milizie celesti, l’avversario di Satana e degli angeli che si erano ribellati a Dio. Il culto micaelico risale ai Longobardi. Ancora legami. La struttura sembra un po’ meglio in salute rispetto a san Tommaso. Quando arriviamo, la circondano alcuni mezzi pesanti che quasi ce ne impediscono la vista. Eppure, ha un suo fascino, e in qualche parte dei muri esterni si vedono ancora incastonate lastre di marmo bianco lavorato.

San Michele

Il Castello di Monte Secco era sul colle più alto. Laddove oggi, ad esser folte non sono più le selve, ma le antenne. Signori, è il progresso! Il progresso?

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica, 26 luglio 2020

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