CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Da Illice al Vettore. I tanti sentieri dimenticati

Il giorno è fortunato: sabato meraviglioso e terso, neppure troppo caldo. Mi dirigo ad Illice, frazione di Comunanza ma territorio dell’arcidiocesi di Fermo. Il parroco don Cristin Virgil Bulai, d’origini romene, da anni nelle Marche, vorrebbe un aiuto. Vado.

L’ex centro sociale di Illice

Comunanza ricorda l’invidiabile longevità dei suoi cittadini e il concetto di comunanza agraria: un’anzitempo democrazia partecipata. Piceni, Romani, Longobardi qui sono stati e passati.

Dopo aver superato l’incantevole chiesa di santa Maria a Terme del X secolo, un po’ troppo ingolfate tra le abitazioni moderne, ho di fronte Monte Passillo. Era la residenza con tanto di castello dei Nobili omonimi. Fecero battaglie, conquistarono paesi. Qualcuno ha scritto che là, su quel monte che è solo un’alta collina, ci fosse una grande costruzione militare con fossati attorno. Non credo sia stato possibile realizzarne una così ampia data la porzione ridotta di terreno in sommità.

Lasciata la cittadina il cui sviluppo edilizio e industriale non ha ingoiato l’interessante centro storico grazie alla presenza di acque che lo dividono e proteggono, prendo la strada per Ascoli Piceno. Il verde è intenso. La natura rigogliosa. Case pochissime e invisibili. Affronto una serie di tornanti e supero un grumo di abitazioni: Illice. Cerco la chiesa di San Giovanni. È poco più avanti. Don Cristian sta aspettando. Non è solo. Ha convocato alcuni amici: Giuseppe e Giuseppe, Angelo, Giampietro, Luigi. È gente che ci tiene. Qualcuno sta lavorando alla pulizia di un sentiero: lo attraverseranno con le mountain bike. Qualche altro fondò la Polisportiva Victor ’80 cercando, già 40 anni fa, di puntare sul turismo.

La chiesa di san Giovanni Battista

C’è pace. Il Vettore sembra a portata di mano. Anche il Gran Sasso dà l’idea, non effettiva però, di poter essere raggiunto con poco. La chiesa di San Giovanni ha una scala dinanzi, una casa parrocchiale e spazi ampi sul retro. Andavano gli scout prima della pandemia.

Di fronte, c’è una grande abitazione che ospitava il Centro sociale. Non è danneggiata, solo vetusta.

Don Cristian racconta delle nove chiese della sua parrocchia, di cui due private, abbarbicate alle colline che si fanno montagna. In alcune c’è qualche affresco di un certo pregio. Erano officiate tutte un tempo, per sostegno e servizio alle minuscole comunità locali. L’idea è quella di proporle ai visitatori all’interno di una nuova sentieristica, in modo da riaccendere i riflettori, non perderne la memoria, e chissà che dopo…

Mi consegnano una pubblicazione di sei anni fa. L’itinerario montano segnala proprio Illice e poi Vindola con la chiesa di sant’Antonio, Cossinino da capo e Cossinino da piedi, Polverina con la chiesa di santa Maria, e Valentina con quella di sant’Agata. Infine Gerosa e Palombara con la chiesa di san Martino. È già un bel percorso. Mi attira quanto scritto su Cossinino da piedi: «… ogni vicolo ci parla dell’ultimo rifugio dell’Ordine cavalleresco dei Templari, che qui avevano la loro Commenda…». Vero? Comunque affascinante. Tornando indietro, immerso tra gli alberi, non posso non immaginare i briganti che qui si nascosero e da qui colpivano. Come Marco Sciarra (o Sciarpa) che, sul finire del 1500, costituì una sorta di esercito di «circa un migliaio di uomini», muovendosi dalle Marche alla Campagna Romana, fino al napoletano e in Puglia. Terra franca: una tortuga di montagna. Tra anarchismo e violenze.

Adolfo Leoi, Il Resto del Carlino, Domenica, 13 settembre 2020

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