CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Il giro delle chiese abbandonate inizia da Valentina di Comunanza. Con in mano “Terra Futura”

Prende forma il cammino delle chiese nascoste. Sono con Stefano ed altri amici. Siamo tornati ad Illice di Comunanza. Giornata migliore non poteva starci: sole e brezza. E, in mano, “Terra futura”, l’appassionante dialogo tra Carlo Petrini, laico-laico, fondatore di Slow Food, e Jorge Mario Bergoglio, papa-papa, rivoluzionario-conservatore e timoniere di una chiesa nei marosi. Raggiungiamo le frazioni mute. Mi martella il concetto di ecologia integrale. Il Pontefice l’ha ribadito: «significa che essere umani e ambiente non sono separabili». Basta violentare la terra fa capire il pontefice.

Siamo arrivati alla frazione di Valentina, la chiesa è quella di sant’Agata, un richiamo alla martire di Catania protettrice delle donne che allattano. Il borgo è semi-abbandonato. Vi risiedono in due. Negli anni ’50 – mi racconta Giuseppe Antonini – c’erano 200 persone. Negli anni ’60 iniziò una forte emigrazione in America del Nord. Ai primi del Novecento era toccato all’Argentina. Ma qualcuno dalle città vicine torna. Gli spazi dinanzi ad una bella abitazione sono puliti. Una vacanza qui è da incorniciare. La flora è rigogliosa: olmi, castagni, querce, carpini. Davanti ad un’altra abitazione, una vite incornicia la porta d’ingresso. Uva bianca! Ci permettiamo: è squisita. Piante di fichi bianchi e neri forniscono ancora i loro frutti per il pan ficato natalizio. In questo grumo di case un tempo c’era la bottega degli alimentari e la domenica si giocava a morra e si beveva vino cotto. Lo produceva la famiglia Ventura per sé, precisava, in botti di castagno. Sotto il Fascismo, ispettori controllavano che la produzione non esorbitasse l’uso casalingo. Ad un anziano fu contestato il quantitativo. Avrebbe dovuto eliminarlo. Preferì berselo dinnanzi agli stupiti finanzieri. Qui abitava anche la famiglia Tirabassi-Marinelli. Il sig. Antonio vendeva carbone. La signora Casilde, sua moglie, viene ancora ricordata per come fosse brava a tagliare i rami degli alberi, farne fasci e portarli poggiati ad una ciambella di panno posizionata in testa. Di più: in quello stato riusciva a compiere altri lavori campagnoli, senza perdere il carico. Per il trasporto del legname si ricorreva ai muli, qualcuno ce n’è ancora ed “esercita” lo stesso mestiere. Grumo di case è anche Polverina che produceva nell’Ottocento polvere da sparo. Il salnitro arrivava dalle grotte, lo zolfo dalle sorgenti d’acqua, il carbone dalla nocciola e dall’ortica. Civitella del Tronto se ne riforniva: traffico dunque con il Regno delle Due Sicilie. Civitella! L’ultima roccaforte dei Borboni che, quando non ebbero ufficiali corrotti, fecero vedere i sorci verdi ai Piemontesi dilaganti. Campi estesi a Polverina. Gli ultimi contadini furono proprio gli Angelini di cui il discendente oggi è con me. La chiesa sul colle è dedicata a santa Maria Assunta.

Nelle mura di destra hanno incastonato una meridiana costruita dal fermano don Alberto Cintio che insegnava anche a guardar le stelle. C’è uno spiazzo ben curato lì nei pressi. Sino allo scorso anno ospitava la festa patronale e più indietro nel tempo il Palio degli Asini. Momenti di convivialità. Senso della festa.

Un pensiero del fisico e filosofo austro-americano Fritjol Capra indirizzato a Carlo Petrini dice: «vedendo come va la politica a livello globale, io penso che il futuro saranno le comunità. Le comunità potranno diventare dei soggetti importantissimi perché sono in grado di accettare grandi e impegnative sfide in virtù della loro sicurezza affettiva». E il papa aggiunge: «L’identità è avere un’appartenenza».

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica 27 settembre 2020,

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