La Cascinazza: il primo birrificio monastico italiano

Sulle tracce della birra monastica, stavolta ci trasferiamo in Lombardia, nella campagna di Buccinasco, in località Cascinazza, alle porte di Milano. 15 monaci vivono l’esperienza e la regola di San Benedetto. All’interno del Parco agricolo Sud, abitano una tipica cascina lombarda. L’edificio è stato sistemato conformemente alle esigenze di una comunità benedettina diventando un monastero. La storia risale a 49 anni fa. Tra pochi mesi sarà mezzo secolo. I monaci iniziarono con l’orto, il frutteto, le api. Ma non bastava per il loro sostentamento. «San Benedetto – spiegano – vuole che ci guadagniamo da vivere col lavoro delle nostre mani, come recita anche l’antico motto: ora et labora, cioè prega e lavora. I primi decenni del monastero furono segnati principalmente dalla conduzione di un’azienda agricola; ma nel 2004 abbiamo iniziato a cercare qualche altra attività che consentisse di integrare il reddito agricolo diventato insufficiente». Ed ecco l’idea che si ricollega a tanta storia del monachesimo: la birra, presa in considerazione «dopo aver vagliato diverse opportunità lavorative».

Il monastero benedettino de La Cascinazza

La prima cosa è stata quella di provare. «Dopo alcuni esperimenti che si sono rivelati piuttosto interessanti e, dopo essere entrati in contatto con microbirrifici italiani, due dei monaci incaricati della produzione della birra si sono recati nell’abbazia di Westvleteren, in Belgio, da cui esce un’apprezzata birra trappista; e nei birrifici delle abbazie di Achel e di Chimay, dove abbiamo appreso i segreti di queste realtà produttive». Così «nel 2008 è nato il primo micro birrificio italiano gestito interamente da monaci». E così è nata la prima birra artigianale monastica italiana. Quattro i tipi prodotti: la Amber (ambra), la Blond (bionda), la Bruin (bruna-marrone) e la Kriek (ciliegia). E non si sono fermati qui.

Alcuni monaci nel birrificio

«Inserendoci sulla scia degli antichi monasteri che hanno visto la realizzazione dei primi orti botanici con piante officinali, abbiamo deciso di intraprendere una nuova avventura e, dal 2015, grazie al prezioso supporto e incoraggiamento di amici enologi e sommelier come Donato Lanati e Paolo Massobrio, abbiamo messo a punto un amaro digestivo alle erbe, di gradazione alcolica volutamente contenuta ma di grande profilo aromatico». I monaci pregano e lavorano, lavorano e pregano. E hanno sempre nuove idee, come i due nuovi prodotti sempre legati al mondo dell’agricoltura e della natura: l’idromele e il miele. Quest’ultimo nelle versioni acacia, millefiori e rovo.

«Un obiettivo di fondo, – spiegano i monaci vestiti di nero – oltre a quello del continuo miglioramento della qualità, è quello di stimolare la mentalità gastronomica italiana, affinché possa scoprire nelle birre monastiche una variante degna di rispetto per gli abbinamenti con le varie tradizioni gastronomiche locali, così ricche nel nostro Bel Paese. Al riguardo, ci sembra incoraggiante la presenza delle nostre birre in diversi prestigiosi ristoranti di Milano». Sfoglio il loro periodico: “La Soglia dell’Eterno”. In un passaggio leggo: “Parlate di quello che Dio fa, perché Egli non cessa di operare anche in questo momento”. Anche facendo una birra stupenda, dunque.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Venerdì, 25 settembre 2020

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