Aggregazione per salvare la Terra di Marca. Se i grandi tireranno. Parola di Luigi Antinori

«C’è un rischio disintegrazione delle piccole e medie imprese. Occorrerebbe un’aggregazione, un rimettersi insieme, un farsi sentire…». A dirlo è Luigi Amedeo Antinori, imprenditore di Montappone, due aziende da dirigere come presidente del CdA: l’Apunis e la Complit. Una ventina di dipendenti in tutto. Antinori è stato presidente della Piccola di Confindustria Marche nei primi anni del Duemila. Un impegno gravoso diviso tra Ancona, Roma e Fermo per rappresentare il mondo associativo dei piccoli, e il proprio lavoro nelle sedi di Montappone e Monte Vidon Corrado. Una politica che intendeva portare avanti: quella dell’aggregazione. «A quel tempo – spiega – si poteva fare. Oggi è più difficile». Difficile, fa capire, perché le finanze languono (le banche sono circospette nel concedere prestiti, il governo Conte non ha tolto la malleva), perché le invidie non si sono spente, perché occorre un motivo forte per andare avanti: i figli ad esempio.

Di lui mi ha sempre colpito, oltre alla passione comune per la montagna, l’addizione che ha compiuto tra i suoi prodotti e alcuni emblemi della nostra Terra di Marca: l’anellone piceno, ad esempio. Una scelta che ha unito manifatturiero, cultura e storia regionale. Un plus valore.

Antinori, 59 anni, ha lo sguardo giusto per un giudizio equilibrato. I cappelli da donna e da bambino sono il suo business. Nessuna foggia di qualità è esclusa. Negli ultimi mesi dai suoi stabilimento sono uscite anche mascherine anti Covid.

I clienti: una miriade di boutique, sono sparsi in quasi tutta Europa, negli Stati Uniti, in Russia (con i problemi e le sanzioni del momento) e in Giappone. Quest’ultimo paese ha bloccato proprio recentemente molti acquisti dall’estero. La pandemia ha creato forte crisi. E la massima concentrazione di Tokyo è soprattutto sulle prossime olimpiadi.

Qualche anno fa è stata provata anche una linea di abbigliamento però cessata dopo qualche tempo.

«La situazione del nostro settore ma anche di quello calzaturiero non è certo rosea», ammette. «Dobbiamo guardare in faccia la realtà non raccontarci le favole». Lui continua il suo lavoro. Ha due figli entrati in azienda. Vogliono andare avanti. «Altrimenti chi me lo farebbe fare. Chi lo farebbe fare ad imprenditori di una certa età con prole che coltiva altri interessi?». Il passaggio generazionale sta avvenendo gradualmente. «Stiamo realizzando insieme alcuni progetti specie nel web marketing e nell’innovazione che è urgentissima».

Luigi Amedeo Antinori

Antinori torna sull’aggregazione. «Venti anni fa avrebbe messo a riparo il nostro manifatturiero. Oggi assistiamo al processo inverso: il ridimensionamento, stiamo tornando quasi alla bottega artigiana. Ma ce la faremo così? Quante imprese rimarranno nei prossimi anni?» Domanda cruciale.

Come ripartire? «Sicuramente con iniezioni di danaro, con la ripresa conseguente dei consumi». Ma, attenzione, niente è più come prima, dice: «la pandemia ha cambiato le abitudini, certi generi di consumo dal primo posto sono passati all’ultimo. Oggi si spende di più per il tempo libero, la salute. L’offerta va adeguata. I settori tradizionali, se non innovati, soffriranno non poco».

Che cosa servirebbe subito? «Più vicinanza tra imprenditori, più dialogo, più scambio di vedute. Abbiamo bisogno che i più grandi – e qui cita Lanfranco Beleggia, Enrico Bracalente, Diego della Valle, entrassero o tornassero in Confindustria, o in altra situazione, per trascinare noi più piccoli. Per metterci insieme in un programma comune».

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Giovedì, 15 ottobre 2020

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