La Casa della Carità: casa di tutti. E i suoi volontari

Difficile parlare di un’opera se non si parla dell’operatore. In questo caso l’opera è quella della Caritas di Civitanova Marche e l’operatore, anzi: gli operatori sono le diverse persone volontarie che vi danno un servizio, tra cui una coppia: una famiglia. È quella di Barbara Moschettoni e di Franco Moschini. Architetta lei, ragioniere lui. Abitano a Fontespina. Lei lavora nello studio di suo padre Luigi, geometra; lui in una azienda privata.

Il tempo libero a disposizione viene da entrambi impegnato in quella insostituibile realtà caritatevole che il passato arcivescovo di Fermo volle concentrata in un’unica struttura: 900 metri quadrati, in via Parini, dietro la chiesa di San Marone.

Lì ci sono la mensa, i locali attrezzati per l’accoglienza notturna (non è giusto chiamarli dormitorio), la cucina, i magazzini, la sala incontri, il guardaroba. Una realtà di tutto rispetto inaugurata nel 2016 e che Barbara ha ristrutturato in quanto architetta chiamata ad operarvi da mons. Luigi Conti.

Il senso della caritativa lei, oggi 45 enne, lo ha imparato da ragazzina, frequentando la parrocchia di San Carlo Borromeo, a quel tempo tenuta da don Ubaldo Ripa, attualmente parroco di Pedaso. Un sacerdote che scosse la città con le sue iniziative. In quelle stanze e in quel primo servizio Barbara incontrò Franco. Metter su famiglia e lavorare insieme furono un tutt’uno.

Oggi Barbara è la coordinatrice della Casa della Carità. Ha con sé un gruppo di otto persone «senza le quali non riuscirei a far nulla», e un centinaio di altri volontari Me ne parla con un entusiasmo grande. Il lavoro è notevole. Ogni mattina partono i furgoni con celle refrigerate per raccogliere alimenti dai supermercati e aziende agro-alimentari. Nel pomeriggio tocca invece alle mense aziendali. Diventeranno il cibo per i 30 pasti quotidiani della mensa caritas e per i pacchi, alimentari e di altri generi (abbigliamento, beni personali) distribuiti nei tre pomeriggi la settimana alle attuali 420 persone assistite: di cui moltissime le famiglie, e poi i separati, coloro che vivono in auto… Circa il 60% sono italiani o stranieri da tanti anni in Italia. Erano 280 prima della pandemia. Sono raddoppiati dopo! 12 invece sono i posti letto per le prime emergenze. E qui entra in campo Franco che spesso passa la notte per sovrintendere quel luogo che si vuole rendere un «luogo di accoglienza familiare».

Da un anno e mezzo, la Casa della Carità, racconta Barbara, ospita un piccolo ambulatorio medico dove sanitari in pensione danno il loro aiuto e dove si distribuiscono farmaci grazie all’accordo con il Banco farmaceutico nazionale. C’è anche una sezione che accoglie persone per lavori socialmente utili, mandate dal Tribunale di Macerata e da quello minorile di Ancona.

Nel 2014 Barbara e Franco hanno adottato Dimitri, dopo aver passato 90 giorni in Ucraina prima di averlo con sé. Era pre-adolescente. Ora ha 18 anni. Forse questa esperienza ha portato la famiglia Moschini ed altri collaboratori ad essere pronti per una nuova sfida. Si tratta di un progetto Caritas che vede la collaborazione del comune e di un’altra realtà, destinato all’educazione di strada e alla street art.

«C’è del buono in questo mondo, padron Frodo, – faceva dire Tolkien a Sam – ed è giusto combattere per questo». C’è molto di buono. Molto più di quello che vediamo. E raccontiamo.

Adolfo Leoni, Il Resto del Calino, Sabato, 17 ottobre 2020

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