Perché accanirsi contro la “movida”. Più efficace sarebbe l’educazione al bello, che affascina i giovani. Il caso di Fermo

Quando Dostoevskij scrisse che la bellezza avrebbe salvato il mondo, probabilmente intendeva sottendere che la bellezza, come spiegava il prof. Elio Sindoni, «è l’unica forza che non può essere assoggettata da nessun potere e da nessuna ideologia, da nessun dolore e da nessuna guerra». E la frase sembra echeggiare un altro grande russo: il filosofo Solovev, che vergava: «La bellezza è necessaria alla piena realizzazione del bene del mondo, perché solo essa illumina e doma la tenebra malvagia del nostro mondo». Lezioni di bellezza dunque e lezioni di vita. Per crescere, per costruire una persona diversa.

Le televisioni immortalano quotidianamente la movida giovanile attribuendole quasi la responsabilità del virus diffuso ovunque. Ma pochi a preoccuparsi dell’alternativa. A chiedersi: Se non la movida, cosa? Se non la sbornia del fine settimana, cosa? Se non la violenza, gli stupefacenti, l’istupidimento del week end, cosa? Cosa proporre alla gioventù di più affascinante? Di più bello? Dove la consistenza?

Domenica scorsa, due amiche insegnanti mi chiedono di accompagnare un gruppo di adolescenti in un giro a Fermo. Un giro che colga la bellezza complessa e plurima della città. Occasione per un racconto dell’antica (e contemporanea) Cavalcata dell’Assunta. Il tempo non ci ha confortati però. Pioggia. Così, poche le battute all’esterno. Si ovvia con la visita alla Pinacoteca fermana, e a quel che è al momento disponibile. Adesso sono io a seguire. Due gruppi, attenti, silenziosi, con la voglia di imparare. Educati ma non di galateo. La tappa davanti al grande quadro de L’Adorazione dei Pastori è significativa.

“L’Adorazione dei Pastori” del Rubens. Pinacoteca di Fermo

Una delle prof. spiega la storia della tela del Rubens, e del fermano Flaminio Ricci, Superiore della Congregazione dei Filippini, che la volle per la chiesa di San Filippo, a Fermo. Ed ora l’arte. La Notte, come fu titolata dal critico d’arte Roberto Longhi, è un puro barocco dove il tratto importante è la circolarità, il movimento che sale, quasi spirale che s’avvolge intorno a Gesù bambino, candido, che emana una luce forte capace di irradiare il contesto. Di luce abbiamo bisogno, commenta qualcuno. La luce e la speranza dopo le tenebre del Covid, che sembra purtroppo ritornare forte. E le mani della Vergine… quella di sinistra che alza il velo. Gesù è disvelato. Lei, la Madonna lo ha consentito portando nel grembo un Dio fattosi carne come la nostra. Il pastore in piedi si scherma il volto: quel bagliore è potente. L’altro pastore si volta verso l’amico con uno sguardo che tradisce stupore, impressione, sconvolgimento, domande. C’è la donna vecchia di fronte alla tenera Maria. Ha le rughe della saggezza, forse è una sibilla che ha pre-annunciato la nascita divina. Una ragazza dal florido petto sembra tirar fuori qualcosa da una borsa stretta alla cinta. Un dono per chi s’è fatto dono.

Le parole dell’insegnante non cadono nel vuoto. Nessuno che compulsi il telefono cellulare. C’è qualcosa di molto più attraente.

Lo sguardo d’ognuno ora si sposta sulla destra della tela. San Giuseppe è in piedi, in seconda fila, quasi invisibile. E pure lui ha accettato una sorte vertiginosa: essere padre di un figlio non suo, dell’Onnipotente. Ha le braccia conserte. Guarda gli angeli. Forse sono gli stessi che gli rivelarono l’arcano e che ora hanno annunciato la buona novella ai pastori. Li guarda sorridente e un poco compiaciuto.

La “lettura” è terminata. I ragazzi trattengono la bellezza appena vista. Forse sarà riposta in un angolo dell’anima. Ma resterà, pronta a riesplodere al momento giusto. E a dare un senso all’esistere di ciascuno. E dare libertà.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica, 18 ottobre 2020

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