La fotografia sociale per ricreare i gruppi. Il caso di Giovanni di Girolami

La vita è relazione. La si praticava un tempo. La si riscopre oggi, come necessità e come resistenza. Perché anche il Covid 19 sembra portare con sé, oltre alla carica della nefasta malattia, un maligno intento di dividere, staccare, di rompere legami. Di sfracellare relazioni. Ma non si può vivere così. È sicuramente quanto pensa Giovanni Di Girolami, di Corridonia, 23 anni, laurea triennale a marzo scorso a Rimini in “Educazione sociale e culturale”. Giovanni, ora iscritto a Macerata per la Magistrale a “Scienze pedagogiche”, è impegnato a ricostruire gruppi, a ritessere piccole trame di popolo. E come lo fa? Lo fa usando la sua passione: la fotografia, che è stato anche il tema della sua tesi di Laurea “Utilizzo della fotografia nel ruolo educativo”. Educatore lui lo è da anni. Da quando era scout e poi oggi da capo scout, da animatore dei campi famiglia estivi, da collaboratore della Pastorale giovanile dell’arcidiocesi di Fermo.

«Ricostruire reti sociali, specie nei luoghi del terremoto» mi spiega. È stato anche il suo impegno nel periodo universitario quando, in contemporanea, svolgeva il servizio civile a Fermo e poi nell’entroterra: Petriolo, Loro Piceno, Mogliano, Corridonia.

Lui la chiama «fotografia sociale». Dove la foto, e dunque la macchina fotografica, diventa strumento di unità. In soldoni: Giovanni ha costituito un gruppo aperto – al momento sono in dieci – a Corridonia, con base logistica in alcuni locali della parrocchia del centro: il progetto è della Caritas. La prima operatività risale a settembre scorso.

I ragazzi si ritrovano. Al momento, discutono di quanto il sisma ha provocato nei propri territori. Si chiedono come e cosa cambiare, come e cosa suggerire, ad esempio, alle amministrazioni comunali. Il discorso però non è ideologico. Parte da dati. Parte dalle foto scattate, dagli angoli immortalati, dalle vie abbandonate, dalle case chiuse, dalle erbe che crescono sul selciato, dal centro storico semi-abbandonato. Dunque, i giovani vanno. Guardano i luoghi, colgono i dettagli, li imprimono in testa e scattano. Ma non è una denuncia a se stante. Non è un piagnisteo, né una pretesa. La ripresa delle foto e la loro analisi, è una occasione, invece, per chiedersi e chiedere come cambiare, come rianimare, come prender parte. Azione positiva, dunque. Costruttiva. Partecipativa. La prima cittadina messa nell’obiettivo è stata proprio Corridonia. «Abbiamo documentato – racconta Giovanni – la mancanza di luoghi di ritrovo, l’abbandono di alcune vie, la solitudine del centro: non girano ragazzi. Abbiamo colto la mancanza di un’ottica d’insieme».

Probabilmente, il materiale raccolto servirà per allestire una mostra, «anche per fornire idee nuove al consiglio comunale». Previsto anche un concorso (lui lo chiama contest, come va di moda tra ragazzi), modalità per recuperare foto di altri appassionati, e materiale fotografico degli anni scorsi.

Giovanni ha un obiettivo: rendere questa dimensione anche una professione. L’educatore è la sua seconda pelle. L’educazione il pulsare del cuore. Buon scatto!

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Sabato, 24 ottobre 2020

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